Ehi, sentite questa! Io e il mio amico Jay stavamo skatando nel centro di Los Angeles e sto poliziotto ci dice che è meglio smetterla se non vogliamo “mangiare con una cannuccia per un mese.” Noi gli facciamo “Fottiti, maiale” (nelle nostre teste, non ad alta voce) e ce ne andiamo a testa bassa.
Di storie come questa ne succedono ogni 10 minuti a L.A., allora io e Jay abbiamo deciso di trovare il posto più economico del mondo per volare lì e skatare. Dopo aver dato un occhio a dei bei posti tipo Grecia e Italia, siamo finiti in un cesso chiamato Beirut. Non ne sapevamo molto, ma abbiamo pensato che almeno avrebbe fatto caldo. E chiaramente non poteva essere più rigido delle Stelle e Striscie…
Il nostro sponsor, Sector 9 (grazie, ragazzi) ci aveva appena dato delle tavole mini-gun con ampi trucks e ruote morbide. Avevamo anche un quarte pipe e dei carrelli, quindi cercavamo colline lunghe, pavimentazione pulita e piscine vuote. Uno straccio di posto dove ci avrebbero lasciato stare. Scendendo dal cielo a Beirut, era come se i nostri sogni si fossero realizzati. Le luci illuminavano ampie colline che scendevano giù fino al mare. 30.000 piedi di paradiso dello skate.
Abbiamo lasciato la dogana alle 3 del mattino e ci siamo diretti in centro. Le strade erano deserte e silenziose, ma guardando gli edifici sembrava che in quel posto fossero successi parecchi casini. C’erano buchi di pallottole in ogni casa, così abbiamo chiesto al tassista di portarci in centro, dove tutto era stato ricostruito e c’erano lunghe colline che aspettavano solo di essere percorse. Siamo scesi dal taxi e abbiamo approfittato del vuoto mattutino. Le strade erano pulite e larghe. Le colline si inclinavano ad un’angolatura perfetta e la pavimentazione era così liscia che il record mondiale di velocità era a portata di mano. Protetti dal buio, abbiamo skatato fino a quando non ce la facevamo più. Con la luce del mattino è arrivata l’ora di punta, e siamo andati a dormire.
Il traffico è probabilmente la cosa che fa di Beirut un posto un po’ incasinato per skatare. Una volta io e Jay siamo capitati nel mezzo dell’autostrada principale nord-sud; abbiamo corso tra le corsie come Frogger. Quando siamo usciti, un hippie svedese con zaino in spalla, vestito come un talebano Americano, era lì di fronte a noi con una faccia incazzata.
Ci fa, “Scusate, signori, che cosa credete di fare esattamente?”. Jay si mette a ridere e lo chiama Johnny Walker Lindh. Poi ci dice qualcosa tipo “Ragazzi, non so se vi rendete pienamente conto di dove siete. Questo è il Libano, è un paese pericoloso. Ci sono gruppi terroristi come Hizbullah che rapiscono i turisti per sport. ODIANO gli occidentali. Ragazzi, dovete cercare di adattarvi e non andate in skate”, ecc…
Abbiamo chiesto degli Hizbullah (o si dice Hezbollah?) a tutti quelli che incontravamo e ci hanno detto di andare a dare un occhio a un quartiere gestito da loro, Burj Al Barajneh. Quando ìsiamo arrivati lì, sembrava un’area qualsiasi di Beirut, se non fosse stato per alcune differenze. Dappertutto c’erano foto dell’Ayatollah Khomeini e un sacco di ragazzi affaticati. Nelle strade principali era pieno di telecamere. Era piuttosto squallido. A un certo punto abbiamo visto un bel gap vicino alla statua dell’Ayatollah, che era in posizione di saluto e che assomigliava a Sean Connery. C’era una piccola sporgenza che ti lanciava sopra ad una collina erbosa e se acquistavi velocità, finivi nella strada 15 piedi più in giù. Fu una delle scoperte più emozionanti dell’intero viaggio, ma non durò molto. Dopo aver skatato per una mezz’oretta, abbiamo tirato fuori le nostre telecamere per documentare l’evento. In meno di un minuto, tre grossi tipi ben vestiti ci erano addosso. Uno di loro ci ha chiesto (in inglese) di smettere di registrare e di restituire la cassetta. Gliel’abbiamo data. Ci hanno ringraziato e se ne sono andati. Non appena hanno girato l’angolo, il nostro fotografo, un simpatico ragazzino del sud del Libano, ci ha spiegato che quegli uomini erano gli Hizbullah e che a Burj Al Barajneh è proibito filmare. Fa lo stesso. Non ci hanno detto di smettere di skatare.
Abbiamo fatto un bel giro per Beirut. C’erano troppi posti da vedere. Abbiamo trovato un vero e proprio skate park nel lato sud della città. C’era un vert pipe completo, ringhiere, rampe di lancio e box. Un largo cancello, fiancheggiato da una torretta di guardia, circondava la proprietà. Abbiamo cominciato a scavalcarlo, quando dal nulla sono apparsi due grossi uomini, con barba incolta e giacche di pelle nera. Hanno cominciato a dare di matto in arabo, quindi abbiamo guardato il fotografo con aria interrogativa. Il ragazzino ha tradotto: “Non potete entrare”. Gli abbiamo chiesto perchè no. “E’ off-limit”, ha risposto. Gli abbiamo ri-chiesto perche’. Il parco era di acciaio grezzo. Cosa avremmo potuto fare? Piegarlo?! Abbiamo continuato a fare domande, ma dopo aver capito che erano dei servizi segreti siriani, ci hanno detto di andare a fan culo (hanno detto letteralmente “Fuck you”). Il nostro amico traduttore ci ha consigliato di lasciar perdere perche’ e’ meglio non scherzare con i Mukhabarat, o servizi segreti siriani. Vabe’, volevamo solo skatare sul pipe e non riuscivamo a capire che cosa ci faceva la polizia siriana in Libano. E’ come se un poliziotto a cavallo Canadese ti dicesse di non andare con lo skate a Miami beach.
Vabe’. Avevamo sentito dire da un po’ di gente che c’erano due campi profughi, Sabra e Shatilla, con delle belle colline, allora siamo andati la’. Altri ci avevano detto che dovevamo stare attenti, perche’ questi campi erano violenti e non esistevano leggi. Di bene in meglio. La collina piu’ grande era una figata. Lunga e piena di vento, c’era molto spazio per prendere velocita’ prima di atterrare un robusto powerslide. L’unico problema era la spazzatura e le pietre che riempivano la strada. Le persone del campo guardavano i nostri numeri. Quasi subito i bambini si sono uniti e si davano il cambio per provare. Questa e’ stata la parte piu’ divertente del viaggio, perche’ i bambini erano veramente amichevoli e si stava bene con loro.
Beirut aveva delle belle piste: tutti i tipi di ringhiere, gaps, colline e spazi aperti. Dopo un po’ pero’ la citta’ ci aveva stressato, così siamo saliti in macchina e ci siamo diretti in campagna. I cartelli indicavano verso la valle di Bekaa, nome promettente tanto quanto ogni località rurale.
Da Beirut, la montagna scende bruscamente nella valle. Questo rendeva una parte della collina, lunga almeno tre miglia, particolarmente scoscesa quindi l’abbiamo percorsa volando sulle nostre tavole. Abbiamo fatto a turni, uno scendeva mentre l’altro aspettava in macchina per guidare di nuovo verso la cima. L’aria era ghiacciata e l’asfalto era nuovo. Credetemi, non siete mai andati con lo skate per un pezzo così lungo di strada di montagna.
Quando siamo risaliti in macchina per entrare nella valle, abbiamo preso la prima stradina e l’abbiamo seguita attraverso gli alberi di mele e le vigne. Dopo un paio di miglia, ci siamo imbattuti in un vecchio camion armato di mitra. Un uomo più vecchio di noi si è alzato in piedi e sembrava veramente veramente incazzato. Ha sparato un paio di colpi in aria e abbiamo pensato che era giunto il momento di fare inversione e di togliersi dai coglioni.
Continuando per la strada principale, siamo arrivati nella città di Baalbek. Ovunque c’erano foto dell’Ayatollah Khomeini e di altri capi con turbanti da Burj Al Barajneh. C’erano anche delle bandiere gialle e verdi con delle scritte in arabo e un M-16 a ogni palo della luce. Da lontano abbiamo visto un vecchio castello romano. Sembrava carino. La strada di fronte al castello era un pendio ideale con un vecchio pezzo di metallo che poteva essere utilizzato come rampa di lancio. Abbiamo preso quota e skatato intorno al castello. Sembrava che ovunque ci fosse qualcosa da grindare. E’ molto meglio grindare un castello di 2500 anni che il cordolo del tuo ufficio postale. Quando ci siamo stufati del castello, siamo entrati nel cuore della città.
Li abbiamo trovato il letto di un fiume asciutto che era stato cementato. C’erano pezzi di detriti, ma andava bene lo stesso perchè le nostre ruote erano morbide. Prendevamo tutta la velocitàche le nostre tavole permettevano, poi volavamo da una sponda all’altra. Dopo un paio di corse, una macchina nera si è fermata vicino a noi e ci hanno fatto cenno di avvicinarci. Ancora una volta ci hanno chiesto di consegnare agli Hizbullah la cassetta che stavamo registrando. Sembrava che l’intera città appartenesse a questi tipi. Ce l’avevano messa nel culo ma non potevamo fare niente e sembrava che non gliene fregasse nulla dello skate. In teoria siamo stati fortunati: il nostro fotografo c’ha poi spiegato che ci aveva appena salvato da un paio di settimane di interrogatorio.
La nostra ultima gita è stata nel sud del Libano. Ci avevano detto che c’erano delle vecchie case abbandonate con delle piscine. Non ce lo siamo fatto ripetere due volte, siamo andati in tempo record e abbiamo scoperto che erano tutte cazzate. C’erano delle belle colline e l’atmosfera era certamente diversa rispetto a Beirut. Abbiamo notato che era pieno di Sikhs che indossavano un elmetto azzurrino. Alla fine di una discesa, siamo finiti addosso ad un casino di loro, dritti sul camion dell’ONU.
Uno si è fatto avanti e ha urlato, “Ferma! Cosa state facendo?” E noi “Stiamo skatando su queste belle colline.” Lui ci fa, “No, no, no, no! Non potete stare qui.” Gli abbiamo chiesto perchè e lui ha risposto, “Oh no, no no. Molto pericoloso. Le truppe di Israele lanciano missili in quest’area. Gli Hizbullah gli sparano indietro. I jet di Israele bombardano e colpiscono le case. No, no, no tutto sto paese è pericoloso. Troppo pericoloso per divertirsi.”
Ehm… falso! Il Libano è il regno dello skate. Non so chi siano questi Hizbullah, o perchè gli Israeliani continuino a bombardarli, ma se le cose fossero più tranquille laggiù e se quello skate park fosse aperto, Beirut sarebbe un paradiso. Continuerebbero a chiederti di dargli i tuoi video, ma non ti direbbero mai e poi mai di smettere di skatare nei luoghi pubblici.
JOHNNY TYRONE