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di Violetta Bellocchio
illustrazione di Matteo Gualandris




Un paese paralizzato nella scissione tra innocentisti e colpevolisti può finalmente riposare in pace: il processo in corso sta inchiodando Pietro Pacciani e soci alla croce che meritano. Le indagini sono solide, le prove numerose, i moventi pure. Dopo trent’anni di depistaggi e soldi pubblici buttati nel fosso la giustizia è libera di trionfare.
In altre parole: gente, è fatta. Abbiamo il nostro Figlio di Sam.


Possiamo quindi mandare in pensione la maldestra campagna “Ma la notte… Occhio ragazzi!”, gli spot televisivi con battiti cardiaci accelerati e Ma la notte no come refrain. Un capolavoro uno-due-tre di morbosità e perversione involontaria, che nell’ansia di non mostrare troppo alimenta le peggiori fantasie zozze. E che, a nostro avviso, ha gettato interessanti semi nella mente dei serial killer di domani. Così come i manifesti lievemente iettatori spalmati sui muri di mezza Italia, con i due occhiacci gialli senza volto e le scritte che invitano—in tre lingue—a non scegliere luoghi isolati per appartarsi. (Spuntati, questi ultimi, dopo che l’allarme-Mostro non riuscì a contagiare in tempo utile alcune delle vittime più recenti, due francesi e due austriaci: ogni nazione ha le psicosi collettive che si merita.) Per finire, concediamoci il lusso di una piccola lacrima solitaria e diciamo addio alla trionfale industria del Mostro parlato: gli instant book di infimo ordine germogliati attorno al buco nero dell’identità, gli instant movie che per due o tre settimane davano visibilità a registi che farebbero meglio a dedicarsi al cartone animato, i dibattiti televisivi che non hanno mai scartato le piste più improbabili, purché surrogate dalla “testimonianza” di un qualsiasi criminologo della domenica.

L’assenza, è noto, fa crescere l’amore.

E ora che l’assassino ha una faccia, un corpo e un terrificante accento, i giochi della speculazione sono chiusi una volta per tutte.

In effetti i corpi sarebbero tre. Ma il Pacciani cattura l’attenzione più dei suoi accoliti Giancarlo Lotti e Mario Vanni. Potenza dell’ustione che gli copre parte del viso, epigono di Freddy Krueger in luoghi non sospetti, e che spinse i concittadini a ribattezzarlo “il Vampa”. Forse oggi li condurrebbe a un più esportabile “Nàitmer”. (E negli atti processuali c’è spazio anche per un “Katanga”, un “Torsolo” e un paio di “Vinavil”: la Toscana, inesauribile fonte di soprannomi). O forse alla base della suggestione ci sono la Beretta impugnata alla Clint Eastwood con cui Pacciani freddava le vittime, i coltelli con cui asportava alle donne brandelli del pube e del seno. Tutti dettagli, in fondo. Di sicuro il suo carisma negativo eclissa totalmente il pur valido Vanni, capace di farsi cacciare dall’aula mentre getta una maledizione contadina sul Pubblico Ministero (non prima di essersi lanciato in un accorato elogio del Duce). Però in realtà è l’intero processo, i cui passaggi-chiave ci vengono riproposti ogni settimana da Rai Tre con Un giorno in pretura, a rappresentare un’occasione da non perdere per chi voglia farsi una cultura più profonda sulla provincia italiana. Pensate alla ciurma di ritardatoni, sciancati, nostalgici del Ventennio e alcolisti all’ultimo stadio che ci sfilano via via sotto gli occhi, come testimoni, parti in causa o pentiti. (A proposito: forse perché un uomo non è nato normale vogliamo negargli il diritto di prestare giuramento in tribunale? Accusare i concittadini di delitti punibili con l’ergastolo? Guidare trattori molto grossi? Votare alle politiche? Ma dove siamo, negli anni Cinquanta?). Intanto il cerchio si stringe sempre più forte attorno al trio delle meraviglie. Pacciani, Lotti, Vanni. Tre cognomi, una sentenza. Lombrosiana.

Secondo gli innocentisti, questi rozzi subumani non possederebbero la lucidità e il know-how necessari per sezionare i loro cadaveri. L’istinto criminale sì, le capacità specifiche (cioè mentali) no. Ma per piacere. Se c’è fame di sangue l’ingegno si aguzza. Lo sappiamo tutti. Basterebbe un esame incrociato delle nostre ultime pagelle—o il fermo-immagine di Hulk che solleva una giardinetta in fiamme—per dimostrare fino a quale punto il peso di circostanze eccezionali risvegli in noi capacità che non sapevamo di possedere. E il Pacciani, a suo dire padre amorosissimo che per meglio comprendere le fragilità psicofisiche delle figliole avrebbe comprato “l’enciclopedia Conoscere e sapere in ventiquattro volumi, un milione e duecentomila lire”, dovrebbe rendersene conto più di chiunque altro. (Stai a vedere che è stato proprio lì, spulciando le pagine relative a giugulare e pressione arteriosa, che gli si è rinfrescata la memoria sul primo omicidio commesso.)

Con buona pace di chi si ostina a seguire la presunta “pista esoterica”, pur senza grandi speranze o incidenti da riportare, per cui Pacciani e soci sarebbero stati semplici macellai-burattini a libro paga di una setta bramosa di resti umani non identificati. Vero, la Toscana è terra nera per eccellenza, dove l’evocazione del demonio è parte standard dei preliminari tra giovani e meno giovani, e le boutique dell’esoterismo per intraprendenti casalinghe fai-da-te sono solo destinate a crescere in numero e diffusione. Ma anche il fascino marcio di una congrega satanica può davvero poco di fronte alla brutalità dei fatti reali. Incluse le parole con cui questa gentaglia ha scelto di definire se stessa. Prendete la maledetta frase “compagni di merende”, coniata sì dai cronisti che seguono il processo, ma fondata lo stesso sull’uscita meno felice del Vanni. Portalettere di professione, alla domanda, “Signor Vanni, che lavoro fa lei?” risponde, “Io sono stato a fa’ delle merende co’ i’ Pacciani, no?” Un’immagine che Monet, con i suoi parasole, se la sogna. E a proposito di immagini non possiamo scordare l’ingresso in aula di Miranda Bugli, l’ex teenager che nel ’51 Pacciani punì per un tradimento ammazzandole davanti a coltellate l’uomo con cui l’aveva sorpresa in “atteggiamenti intimi”. (E che poi costrinse a fare sesso con a fianco il cadavere ancora caldo. Nonostante questo, lei si fece cinque inverni di prigione con l’accusa di avere istigato lui urlando “ammazzalo, ammazzalo”. Annate d’oro.) Episodio destinato a una certa fama locale, grazie al cantastorie Giubba che lo trasformò in una ballata in ottavine, rimasta poi un classico intramontabile del suo repertorio. O, se preferite, il più affilato tra i suoi ferri del mestiere. Ecco, quando proprio vi doveste sentire ancora in vena di speculazioni, chiedetevi quanti bimbi e bimbe degli anni Sessanta siano cresciuti con il vendicatore solitario Pacciani Pietro come babau pronto a sbucare da sotto il letto. Altro che Wes Carpenter Romero. Questa è roba vera.

E ora torniamo al processo.

L’accusa sostiene che l’immagine del seno nudo di Miranda perseguitò il nostro uomo molto al di là della scarcerazione, spingendolo a ripetere ancora e ancora quel primo delitto quasi casuale. Ottima ipotesi. Ma no, neanche. Perché parlare di “ipotesi” quando abbiamo sotto mano una versione dei fatti tanto calzante? Perché ostinarci a spezzarci il collo buttandoci a inseguire pseudo-testimoni latitanti e delitti commessi in Sardegna (che poi, giusto per non girarci troppo attorno, è una landa dove ci si incapretta per un parcheggio)? Forse intuendo l’interesse del Paese, oggi la signora Bugli cerca di defilarsi, di sminuire le sue responsabilità per quanto subliminali. “Da quel giorno ho rivisto il Pacciani una sola volta, e poi non ho più avuto contatti con lui”. Ma sappiamo tutti che a volte basta una Polaroid mentale per scatenare un raptus. E infatti le prime due vittime del Mostro (la scostumata Barbara Locci e uno dei suoi innumerevoli ganzi, Antonio Lo Bianco) abitavano vicino alla Bugli. Non solo: le ferite sono quasi identiche al delitto del ’51, come la tecnica di occultamento dei cadaveri. E adesso smettiamola pure di soppesare le prove a carico. Non è necessario. Ci troviamo davanti a un perfetto manuale dell’assassino di campagna. Un mostro da tinello che solo qualche errore strategico (e una segnalazione anonima) ha portato alla luce della cronaca nazionale. Un uomo che in molti, moltissimi anni ha terrorizzato la sua stessa famiglia, picchiando e stuprando la moglie davanti alle figlie, per passare poi alle ragazze che ha nutrito con cibo per cani, costretto a guardare autoscatti pornografici, violentato con falli artificiali e oggetti di uso domestico. Un uomo che è stato giudicato e condannato per la violenza del passato, ma oggi sminuisce anche quelle vecchie accuse: una delle figlie “è nata di sei mesi con mezzo cervellino, pesava un chilo e otto,” l’altra “l’ e’ malata di mente, e’ stata quattro volte in psichiatria. La voleva sposare un prete. Volete che sia sana una così?” (Già, e chissà come mai.) Ma Pacciani non sarebbe nulla, nulla, senza il contesto che gli ha permesso—fino a un certo punto—di portare avanti la sua missione con zelo religioso. Tutto attorno a Firenze, regno dei turisti giapponesi e delle borse taroccate da mezzo milione a botta, si stende una palude maligna. Quello che una volta si chiamava “il contado”, e oggi anche volendo non si potrebbe più guardare attraverso lenti colorate di rosa, sforzandosi di mettere a fuoco i mercati della domenica o le corse campestri, ignorando tutte le sacche di povertà e ignoranza. L’allucinante suburra che una certa sinistra italiana vorrebbe operaia e sorridente per semplici questioni di appartenenza regionale. Come se le percentuali bulgare raggiunte dall’ex PCI a Livorno potessero in qualche misura esercitare il loro influsso benefico su territori dove usanze quali infanticidio, ratto, stupro e matrimonio riparatore non sono mai state accantonate. I classici posti a cui, nel migliore dei casi, noi passiamo accanto in macchina mentre andiamo da un’altra parte. Al massimo ci fermiamo per sgranare gli occhi, acciuffare una penna biro, disegnare denti neri sui manifesti strappati che annunciano la prossima calata in città di Lello E I Suoi Seguaci Del Ritmo. Facciamo molto male. Nell’esame di iscrizione all’Albo dei Giornalisti ci vorrebbe una clausola che obblighi a risiedere in provincia di Firenze. Così lo capiremmo cos’è il paese reale una buona volta. Basterebbero un paio di giorni, to’.

(Sul serio. Voi ci siete mai stati, nel contado fiorentino? Non esiste regista al mondo capace di catturare su pellicola l’inferno redneck del contado fiorentino. Con le discoteche TeenClub e Anastasia, i porelli a stento maggiorenni obbligati dalla residua morale cattolica a sverginarsi dentro roulotte dai vetri appannati, i segni zodiacali placcati oro che rimbalzano come Arbre Magique sui toraci già incassati delle future madri di famiglia, le Ritmo azzurre comprate a peso e parcheggiate nei greti asciutti dei torrenti. Senza dimenticare quello che i giornali, in un sussulto di pudore ottocentesco, definiscono “il diffuso fenomeno del voyeurismo”, e si traduce in un branco di contadini analfabeti intasati a farsi seghe nei boschi. Gente che, se deve condensare la propria filosofia di vita in venti parole, se ne esce con un, “io la mi’ moglie la tengo sottomessa, però gli altri le loro potrebbero lasciarle un po’ più libere.” Viva l’Italia.)

Vero, in fondo non è colpa di nessuno se oltre la porta di casa nostra troviamo un paese del Terzo Mondo. E le cose senza dubbio cambieranno negli anni a venire. Poco ma sicuro. L’unico timore è che, quando il magistrato di turno avrà pronunciato il verdetto su questo caso, Pacciani sarà già diventato l’equivalente nostrano di Mick Jagger, e il suo nichilismo verrà scambiato per apertura mentale. Come se le monumentali quantità di tempo, energia e denaro investite nel cercare di far andare d’accordo polizia e Carabinieri non bastino a frenare la sete di dieci, cento, mille giovani “Vampa”, nati per prendere il posto del leader a mo’ di teste dell’Idra. Dobbiamo tenere gli occhi aperti. Altrimenti dimenticheremo tutto. Le barzellette che finiscono con “pezzi di fica”, i cori da stadio che durante le manifestazioni del 25 aprile invocano il Mostro come giustiziere-factotum contro la Lega. (Datela, datela, datela a Pacciani, la Pivetti datela a Pacciani). Fino ad allora, godiamoci questo momento irripetibile per legge e ordine, e rallegriamoci del fatto che il vero assassino sta per andare dietro le sbarre. Unico neo, è un ex partigiano. Capita anche ai migliori.

Di quante prove avete bisogno?

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