|
|
DOS & DON'TS
ALTRO DA QUESTO NUMERO
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
LA CRISI DEL DOCUMENTARIODI IAN F. SVENONIUS ILLUSTRAZIONI DI JIM KREWSON ![]() La pittura ad olio esiste da circa 600 anni. La serigrafia è nata nel X secolo sotto la dinastia dei Song in Cina, il che vuol dire che esiste da 1000 anni. Probabilmente la poesia più antica che conosciamo è l’Epopea di Gilgamesh, scritta in caratteri cuneiformi nel terzo millennio a.C., e questo fa della poesia un’arte che ha almeno 5000 anni. La musica è comparsa 16000 anni fa insieme all’homo sapiens come un carattere intrinseco alla cultura umana. In confronto, il cinema abbraccia un arco di tempo uguale a quello della vita di una tartaruga: più o meno 124 anni. Pur essendo appena nato nel mondo delle arti, deve già affrontare una profonda crisi esistenziale. Accolto da Lenin come “la più importante forma d’arte” durante i suoi inizi e dopo aver folgorato il mondo intero appena una generazione fa, il cinema sta ora lottando per la vita, per il proprio ruolo, per gli spettatori, e addirittura per continuare ad essere qualcosa di cui valga la pena parlare. Da quando il cinema si è sviluppato, all’interno della frenetica industria capitalistica, la sua condizione di crisi non appare poi così strana. Dato che la condizione di base del capitalismo è la crisi costante, non stupisce che il cinemauna piccola porzione del sistemasia contrassegnato dalla stessa isteria produttiva del sistema che l’ha generato. All’inizio, superata la fase in cui era solo una novità, il cinema divenne un’estensione del teatro, un modo per raccontare delle storie sul mondo. Ma, a differenza del teatro, il film era il contributo dell’era industriale al mondo delle arti, e perciòdiversamente da altri media più antichiassomigliava per forza al nuovo mondo delle industrie, come il petrolio e l’acciaio, con la stessa divisione stratificata del lavoro, i sindacati, gli scioperi, i contratti insidiosi, lo sfruttamento senza scrupoli, e con la stessa élite proprietaria determinata a mantenerne il monopolio. Infatti, da quando il possesso dei mezzi di produzione è il nocciolo della questione, le case di produzioneWarner Bros. e MGMhanno deciso di tenere in pugno il cinema, la lavorazione, i progetti, i lavoratori (attori e registi venivano comprati e messi sotto contratto), e la distribuzione, così da soffocare, eliminare, e per lo meno scoraggiare tutta la concorrenza. Così, come il rock’n’roll nei suoi anni ruggenti, il cinema in America è stato, fin dagli albori, un’impresa inaccessibile per chiunque non facesse parte degli studios di Hollywood, con alcuni designati “autori” che ad ogni stagione pontificavano sulle loro nuove proposte. Tutti erano ipnotizzati dalle favole che venivano raccontate in quelle case di produzione inaccessibili disseminate per tutto il quartiere. Partecipare ai film era un sogno magnifico. Aspiranti attrici si precipitarono verso il crudele megalite di Hollywood come delle bestie sacrificali, e diventare regista era un’aspirazione ridicola e fantasiosa quanto voler essere il presidente o il re del mondo. Quando, durante il boom dei primi anni Ottanta, le tecnologie video sono cresciute in direzione del basso costo, come accade per ogni feticcio consumistico, furono accolte da tutti come una rivoluzione. Il video era economico e portatile, e acquisiva una vita propria fuori dal monopolio dell’industria cinematografica. Ora chiunque avesse avuto intelligenza e ambizione poteva girare un film, e non solamente coloro che avevano contatti o agganci famigliari nello show-biz o erano disponibili a dare via il culo. Come molte altre cosiddette conquiste del popolo, si trattava in realtà di un’industria (l’elettronica giapponese) che si imponeva su un’altra (lo studio-system di Hollywood). L’unico problema del video era la sua volgarità, il suo grezzume. L’immagine era sporca e non aveva la stessa patina magica che gli spettatori vedevano nella celluloide. Perciò, nonostante la quasi immediata proliferazione di videocamere, utilizzando i nuovi strumenti furono prodotti alcuni film di tutto rispetto. Le oramai onnipresenti videocamere furono impiegate a dovere nei concerti rock underground finché non fu scoperto un altro uso: documentare i rapporti sessuali. Se Hollywood seppe rispondere alla minaccia della democrazia del video, lo fece rendendo i suoi mezzi di produzione sempre più inattaccabili. Come mai prima, i film furono assegnati alle super celebrità e agli effetti speciali. Le storie passarono in secondo piano, rispetto ai costumi, alle esplosioni interstellari e alle megastar. Mentre la televisione via cavo e il videonoleggio continuavano a schiacciare le entrate delle case di produzione, il desiderio di fare spettacolo diventava la preoccupazione principale degli studios. Perché un film venisse distribuito nei cinema doveva assomigliare ad un ottovolante: le stesse attese emozioni, brividi, e attacchi di nausea. Montaggi mozzafiato, ridicoli movimenti di camera, volumi audio da escoriazione e un surplus di violenza kitsch ed esagerata hanno reso molti film, con non poca ironia, inguardabili. Circa ogni anno, per negligenza, si capita in un cinema, adescati da una raffica di pubblicità isteriche, convinti che quel dato film è indispensabile per la propria alfabetizzazione culturale. Quando si riemerge degradati, insultati e più poveri di 15 euro, allora si giura di non farsi più fregare. Una simile lezione di vita capita al massimo una volta all’anno. Infatti, andare al cinema è, il più delle volte, un’azione nostalgica, come ascoltare una canzone dei Drifters su una stazione radio di vecchi successi. Questo declino dura da parecchio tempo. In un’intervista memorabile Jean-Luc Godard osservò che quando aveva scoperto il cinema negli anni Cinquanta, questo era in realtà “già finito”. Allo stesso tempo, nel 1946, l’America, con una popolazione di 141 milioni, vendeva 100 milioni di biglietti del cinema ogni settimana, per un totale di 36,5 miliardi di biglietti all’anno. Ora che la popolazione degli Stati Uniti è più che raddoppiata, le vendite annuali per tutto il Nord America (incluso il Canada) sono state solo di 1,4 miliardi. Chiaramente le persone guardano ancora passivamente le rappresentazioni della morale dei padroni, ma ora lo fanno a casa, sulla televisione, e la qualità dell’immagine non è più fondamentale. Percependo un’opportunità per sfondare, molti videomakerpersone non necessariamente consacrate agli studiosiniziarono a esplorare l’enorme potenziale di un’industria cinematografica decentralizzata costituita da veri autori e da un pubblico entusiasta, simile a tutte quelle scene musicali, artistiche, letterarie che si erano discostate dalla produzione massificata. Ma l’utilizzo della videocamera come uno strumento di indagine non era ancora stato considerato. Né giocava a favore l’universale disdegno nei confronti di un mezzo che poteva essere usato da chiunque o essere alla portata di tutti. In una società in cui l’accondiscendenza verso i poveri è quasi un’istituzione, l’economicità estrema del video era in un certo senso una responsabilità. Dato che le sue radici affondavano nella registrazione di concerti musicali e pornografia, il video è stato visto come “vero”, “autentico”. Ed è così che la nuova generazione di film-maker, impossibilitati ad utilizzare la costosa pellicola, si preoccupa di fare “documentari” invece che sceneggiati. Ora i documentari vengono prodotti ad una velocità incredibile. Si presentano tipicamente come i ritratti di individui bizzarri, come un arciere senza braccia o un cacciatore vegetariano, oppure spesso si tratta di diatribe politiche sulla guerra, oppure di documentazioni storiche che celebrano un certo gruppo rock, con le testimonianze di chi “c’era” e ne è stato profondamente influenzato. Le concessioni per realizzare un documentario sono relativamente semplici da ottenere, e ovunque abbondano manifestazioni legate ai documentari. Una fetta di questi videodocumentari è interessante, ma ciò che è davvero notevole è la quantità di ciò che viene prodotto, in confronto alle narrazioni cinematografiche tradizionali. Che cosa si può dire di una generazione che non sembra in grado di scrivere una storia con dei personaggi o una trama ricca di suspense? Mentre il mondo della musica sta prendendo direzioni sempre più fantasiose (è pieno di cantanti-cantautori psych-folk che vagheggiano di magia ed elfi, compositori electro che propongono rapporti sessuali con robot, e crooner che lamentano la fine di un mondo immaginario), i nuovi registi sono ossessionati con la rappresentazione di un’immagine della“realtà”. Hanno un’apocalittica ansia di raffigurare i loro tempi a modo loro, in risposta all’esclusione dal dibattito ufficiale istituito da debosciati imperialisti come il New York Times e il Washington Post di Bob Woodward.
| |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||