DOS & DON'TS

Can you imagine the wrath we’d receive from the adolescent boys online if we dared put a hipster porn star like this in the DON’Ts? They’d type so fast it would rub the hair off their palms. Comments/Enlarge | See all


Where would the world of crappy photo blogs about the openings of shitty fashion boutiques that close down after six months be without “punky chicks” like this fine country ham? Is her hair that color so the rescue services can find her easier when she gets beached? Hey-oh!
Comments/Enlarge | See all








ADDIO, PORNOGRAFO

Una storia vera


DI VIOLETTA BELLOCCHIO
ILLUSTRAZIONE DI EMANUELE SFERRUZZA MOSZKOWICZ



Fin da quando ero bambina ho sempre saputo cosa fosse un porno. Nessuna scoperta imbarazzante da raccontare, no—non ho tirato il cassetto sbagliato e non sono stata adescata con i giornalini di Isabella. Niente del genere. Sapevo soltanto che film con donne nude e film dove scopano davvero erano due cose diverse.

Do la colpa a un’infanzia anni Ottanta—dopo tutto, una star XXX poteva sia votare leggi sia esibirsi con un pitone nei posti dove andava a ballare tuo cugino, e un’altra star XXX vestita di rosso stava diventando l’ospite di punta dei talk show per massaie. Soprattutto, era assolutamente possibile abitare in periferia, o in centro, o in una casa di ringhiera, e vivere spalla a spalla con un cinema porno.

Facevano parte del paesaggio. Come i cartelli con le donnine sagomate rosse e blu, stelle bianche a coprire capezzoli immaginari, e le scritte che strillavano “attenzione: qui si proiettano film ad alto contenuto erotico”. E dare una sbirciata alla hall, ai manifesti affissi solo dentro, poteva capitarti anche senza premeditazione. Chi è più grande ricorda anni in cui la stessa sala alternava la programmazione normale a quella hard, magari nello spazio dello stesso giorno, e spiegalo tu ai bambini che non potete restare a vedere Bambi per la terza volta di fila, perché dopo danno un altro tipo di film. Un film per vecchi.

Il cinema porno era dove andavano i vecchi. I militari. I ragazzi nel giorno del diciottesimo compleanno, se avevano un amico che ce li portava. I nani. Altri vecchi. I quotidiani pubblicavano vignette con uomini che si premevano il petto mentre venivano portati via in barella, e c’erano leggende su questo o quell’amico dei bambini beccato lì dentro mentre si faceva una sega.

Tutto quanto ne ho guadagnato: una leggera riluttanza a farmi fotografare nuda, e una fascinazione interminabile per l’industria.


L’insegna del cinema Astoria aveva lettere bianche ben separate. Faceva pensare a gambe accavallate in macchina, piscine illuminate dal basso. Le tracce di un altro stato di cose.

Negli anni Settanta era un cinema d’essai. Mia madre ci ha visto Rosemary’s baby. Negli anni Ottanta era diventato hard. Negli anni Novanta era un buon modo per spiegare la gentrification agli amici di passaggio. Questo è un ristorante mongolo con buffet free flow, e quello è un pensionato che si sta imbucando all’Astoria alle dieci di mattina.

Lo stesso, una sala a luci rosse in un quartiere neo-chic era brillante e inutile come una macchina bruciata. Ci doveva essere sotto qualcosa di losco. Per forza.

Il sesso non funzionava più come attrattiva nemmeno nel cinema normale; hard e non hard stavano già cadendo sotto gli stessi colpi, l’esplosione dell’home video, l’aumento degli affitti.

Ma cinque anni fa l’Astoria era ancora vivo.

Ci sono andata.

Pannelli di legno a metà parete nell’ingresso. Pittura bianca da lì in poi. Due seggiole di legno col sedile mobile. Poster delle prossime visioni, molto più castigati di quanto potevi pensare o ricordare, con il cartellino che indicava il giorno. Martedì. Venerdì. Il gabbiotto della cassiera.

La cassiera.

La cassiera, parole crociate e penna in mano, permanente biondo scura, mezzi occhiali con catenella, e il proiezionista, accento della Basilicata, maglia blu, jeans, occhialoni da miope a tripla lente.

Io mi chiamavo Francesca. Studiavo Scienze della Comunicazione. Scrivevo una tesina sul cinema del mio quartiere.

Non mi presero sul serio per un minuto, ovvio, però mi lasciarono stare lì con loro un paio d’ore, e non mi chiesero mai di aprire la borsa per cercare microcamere nascoste. Buona fede.

La tenda era rossa, scura. Pesante. Vecchia. Di velluto.

“Posso vedere?”

Mi fecero strada.

Era degradato, dentro—file di poltrone che potevano essere plastica da oratorio, cazzi e numeri di telefono disegnati a pennarello sui muri di calce, odore di disinfettante in saldo. E di traghetto. Tutto considerato, aveva soddisfatto le aspettative. Anche i guardoni hanno degli standard e qui era già difficile respirare con la bocca aperta.

Con un po’ di investimento però ci poteva venire fuori un bel posto. Magari avrebbero proiettato cose di terza categoria. Classici in bianco e nero o innovativi cortometraggi girati dai loro amici.

Il proiezionista camminava avanti e indietro tra le poltrone. C’era qualcosa di simile all’orgoglio nel modo in cui mi tenne aperta la tenda mentre uscivo.

Nell’ingresso, passai alla finta intervista.

Avevano tutti e due altri lavori, prima—lei la casalinga, lui ne aveva girati tanti di manuali—ma negli ultimi dieci anni si erano sottomessi a un potere superiore. Lei stava all’Astoria da tre, e anche lui. Avevano già fatto coppia in un altro locale.

Il gestore era lo stesso.

La stessa persona mandava avanti più cinema a luci rosse in città. Sette. Si bilanciava con le entrate perché spostava le pellicole di sala in sala, in modo da garantire un margine di varietà ai clienti. Ma non era diventato ricco. Anche quando gli affari andavano meglio, non era il genere di impresa con cui si facevano i soldi.

Lui lo faceva per amore.

E la peggiore paura dei suoi impiegati non erano gli atti sessuali in luogo pubblico—quando mai—ma che ci entrassero i drogati a bucarsi. Lì i vigili ti potevano far chiudere sul serio. Era già successo, in una delle sale gestite da Mister X, alla periferia nord.

Gli spettacoli iniziavano a mezzogiorno. Chiusura a mezzanotte. Chi c’era c’era.

A mezzogiorno meno cinque il proiezionista salì di sopra.

Partì un boato.

Non erano gemiti, né voci, né pezzetti di dialoghi. Tutto un rimbombo unico. Il porno con ammazzamenti non si può fare da nessuna parte, quindi sarà stata l’acustica.

Lei attaccò le parole crociate, lui si sedette vicino a me.

“Non ha mai visto film come questi”.

Beh, due o tre hard li avevo visti.

Mi guardò fisso. Gli occhi gli si incrociavano un po’.

“No. Lei non ha mai visto film come questi.”

“Se lo dite voi.”

Non ero lì per litigare. Forse gli stavo già rovinando l’incasso della giornata.

Loro però non ci davano troppo peso. Sarebbero arrivati comunque. I clienti.

E infatti.








< PREV


POST A COMMENT [SIGN IN]
Hi, in case you haven't heard, you can now sign up to become a "member" of Viceland.com, which entitles you to all sorts of amazing benefits like pictures and a nickname. Click here to make your own profile. You can still comment if you don't, but you gotta do it all 'nonymously.

Name:
Comment: