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VIVERE E MORIRE A NAPOLI - PARTE 215 anni di foto all’ombra del Vesuvio
FOTO DI MARIO SPADA
Sui giornali si parla tanto di Napoli violenta, di guerra. Tu come la vedi? Napoli ha molte cose brutte, e da tanti anni. Però a Scampia secondo alcuni sono tutti spacciatori, assassini... invece no. Anche se è vero che in ogni vicolo ci sono basi di cocaina. Ma c’è gente per bene, che si sveglia al mattino e va al lavoro, o che ne ha anche due. A Napoli ci sono tantissime persone così, che fanno fatica. Però non c’è niente da fare, perché se tu nel caso dovessi denunciare un crimine, potresti metterti nei guai. Alla fine quelli che vengono puniti, in qualche modo, sono le persone per bene. Sono loro le vittime innocenti di queste guerre. Nella maggior parte degli ammazzamenti che ho visto, le vittime sono il figlio buono, o quello che non usa mai le pistole, o ancora il piccolo spacciatore. Colpiscono il più vicino possibile al loro vero bersaglio, ma mai il bersaglio vero. Come il ragazzo che hanno ammazzato proprio sotto gli occhi della famiglia, in centro, al pomeriggio. Quello era proprio un nessuno. Magari si era fatto un po’ di eroina e un po’ aveva spacciato, ma non aveva ucciso nessuno. Quelli che muoiono sono i pesci piccoli, perché qua ce ne vuole, ad andare a cercare uno che è sveglio. Non sono importanti, e quindi possono essere sacrificati. Sì, e poi ci sono sempre le faide. Se tu ci fai attenzione e vai nei Quartieri Spagnoli, noti che ci sono sempre due famiglie. E in ogni vicolo c’è un capo vicolo. Mi ricordo di una volta, quando un ragazzo che si era messo a vendere un po’ d’erba perché non aveva soldi, venne accostato da uno che lavorava nel quartiere, da un nessuno, che però era leggermente più grande di questo pesce piccolo, e quindi gli chiese il pizzo. Così, davanti alla gente, in pieno giorno.
Quando hai visto il tuo primo morto? A tredici anni. E quanti ne hai visti da allora? Forse una trentina, contando anche le volte che non avevo appresso la macchina fotografica.
Quindi il discorso delle faide, della violenza che ritorna, è alla base di tutto. Sicuramente ci sono anche gli interessi e il desiderio di potere: il pesce piccolo che diventa grande, che vuole prendere il posto del pesce grande, o quell’altro che sta crescendo e da fuori di matto. Si scatena una violenza devastante. E poi cercano sempre di mettersi in pari, anche agli occhi degli altri, quelli che frequentano il circuito loro: se io ho subito cinque morti e ne ho fatte tre, mi devo mettere in pari, allora devo andare ad ammazzare il primo che mi capita. Devo trovarne uno vicino al mio bersaglio. Quel ragionamento è proprio il motore di queste faide. Ci sono condizioni particolari a Napoli che la portano ad essere così? Le condizioni di Napoli sono uniche. Napoli è stata sempre una città violenta, però, come dire, fino a un certo punto, perché Napoli è stata anche una città quasi incorruttibile. Invece adesso, se dici a un ragazzino di fare una cosa, la fa subito, senza pensare, mentre se l’avessi detto a un ragazzino 30 anni fa, magari non l’avrebbe fatto, perché aveva un senso della scelta. E’ stata una follia di tutti. Napoli è stata anche una città in cui tutte le droghe che sono arrivate sono state accettate in modo proprio ampio. Di eroina ne trovi una marea, cocaina non ne parliamo proprio. Anche se la coca è più esposta, perché se ti fai di coca non sei un tossico, sei solo uno che si vuole divertire.
Ma il degrado di Napoli non ti rammarica? Tantissimo. Se penso a tutto quello che avrebbero potuto fare in questi anni quelli che stanno al potere. E sono lì da vent’anni. Quindi è una strada senza uscita? Non proprio. Magari, individualmente, uno riesce a migliorare la propria posizione. Ma il modello collettivo è andato, non c’è più comunicazione di quel tipo. Per esempio, abbiamo questo mare, che è diventato un deposito di bottiglie di plastica. Da una parte queste azioni non si devono compiere, ma al tempo stesso deve esistere anche quello che pulisce. È un esempio, mi capisci?
Ma la polizia non aiuta? La polizia e i carabinieri ci stanno dentro alla grande. Fanno il loro dovere. Ma perché lo fanno? Perché magari quello lì una volta l’ha preso per il culo o se n’è scappato, o l’ha fregato, allora magari gli fanno fare un po’ di prigione. Poi, chiaro, la polizia aiuta molto, ci sono tantissime persone nelle forze dell’ordine che fanno il loro dovere e basta. Però ci sono anche le cose completamente casuali. Tipo che magari cammini per strada e uno grida: “E’ stato lui!” e ti prendi una coltellata solo perché assomigli a uno. Poi, come se niente fosse, ci sono delle persone che riescono a spararti in testa. Senza problemi, prendono la moto, pigliano e bum, si rimettono sulla moto e vanno via. È un insieme di cose: dalla cultura della violenza e della vendetta, all’abbassarsi degli standard sociali. Siamo a un livello bassissimo. In certi posti l’unico strumento per la diffusione della cultura è la televisione, che è una schifezza. Lo status è la macchina, il Rolex, i vestiti D&G. Tronisti, tabbozzi, veline, tette rifatte. Sì, questo è proprio diffusissimo. I ragazzi che si fanno le sopracciglia, si depilano il petto e poi magari, dopo un’ora di lampada, ti accoltellano.
Ma alla fine, quando leggi questi pezzi, sembra sempre che il giornalista includa uno spiraglio di speranza apposta. Tipo: E dopo i due omicidi di ieri i ragazzi di una scuola media hanno fatto una mostra dei loro quadri anti-mafia, oppure, la nuova faida a Napoli sembra in escalation, ma c’è un gruppo rap che denuncia la camorra. La gente vuole sempre un qualcosa che addolcisca la storia. Ma secondo te, onestamente, c’è speranza? Sì, c’è sempre la speranza. La speranza di vincere al superenalotto. INTERVISTA DI TIM SMALL VIVERE E MORIRE A NAPOLI | 1 | 2 | ![]()
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