Illustrazioni di Maurizio Piraccini

IL MIO APPETITO - PARTE 2

di Joe Dunthorne

Di nuovo al supermercato. Più sicuro di sempre. Non ho motivo per sentire vergogna. Non ho rubato nulla.

L’addetto alla sicurezza è alla sua postazione, controlla le telecamere a circuito chiuso, la sua faccia ombrosa nascosta dal cappello blu inamidato. Prendo uno dei cestelli impilati accanto a lui. Passo un po’ di tempo di fronte ai meloni, dove mi può vedere, annusandoli profondamente uno ad uno, pesandoli, scuotendo la testa, deluso. Gioco con gli avocado confezionati; sono granate nelle mie mani. Guardo verso l’addetto alla sicurezza. Continua a non essere interessato.

Di nuovo al reparto macelleria, la ragazza nera mi sorride mentre mi avvicino. Provo una grande empatia per lei. Come trascorrere la propria vita con la coscienza che la gente si aspetta il peggio da te. Si aspettano che tu diventi una persona odiosa, ma non permetterai che succeda.

“Ehi, come va?” chiedo.

“Bene.” Guarda il suo orologio digitale. “Non manca molto.”

Ogni giorno ci svegliamo senza limiti, incapaci di comprendere il nostro potenziale. Sono le cinque e cinque.

“A che ora stacchi?”

Improvviso, esco dal copione.

“Manca ancora un po’”, dice. Infila una mano nella tasca anteriore del suo grembiule a strisce bianche e blu.

È preoccupata che io l’aspetti all’uscita quando avrà finito il turno. Non è colpa sua. Non sa nulla di me.

“In che cosa posso servirla?” dice.

La sensazione della scelta, senza la scelta: hamburger speziati, divisi da dischi trasparenti, lombi di maiale, braciole, filetti, salsicce da sei, altre salsicce, bistecche di manzo, petti di pollo stretti da lacci, polpette, pastrami, prosciutto cotto con un faccino sorridente come sulle scatole delle merendine.

Dirò la mia.

“Cosa sceglieresti se fossi in me?”

Ride.

“Non saprei”, dice.

Indossa un cappello alla marinaretta.

“Sì che lo sai”, dico.

Sto diventando un po’ bizzarro. Non ho nulla da nascondere.

“Va bene. Un suggerimento”, dico.

Mi sta facendo l’occhiolino.

Nel riflesso del bancone, vedo che c’è un uomo in piedi alle mie spalle, aspetta di essere servito.

“Credo che il kebab di pollo sia buono”, mi dice. Bocconi di pollo, cotti allo spiedo con cipolla rossa, pepe giallo e funghi. “Forse ne vuole provare un pezzetto?”

“Va bene. Hai visto che avevo appena comprato del pollo. Ma, se fossi in me, cosa sceglieresti?”

“Non saprei”, disse.

I suoi occhi scattano verso l’uomo alle mie spalle.

“Credo… le piacerebbero…” Lo sguardo fisso e assente attraverso il bancone della carne. Esita. “…Dei nodini di agnello con ripieno di albicocca?”

“Perfetto”, dico, annuendo.

È esterrefatta dalla nostra sintesi. La immagino uscire dal lavoro e camminare verso casa in maniera diversa. Può fare qualunque cosa.

“Ne prenderò una manciata.”

Infila la mano in un sacchetto di plastica e si china. I nodini sono proprio davanti, vicino al vetro. Il suo avambraccio nudo come un’anguilla in un secchio.

Al reparto del pane, metto un filone nel mio cestino e scelgo una pasta sfoglia ripiena di crema e marmellata di lamponi. Proprio di fronte alla signora che impila il pane sugli scaffali, ne stacco un bel morso. C’è una telecamera a circuito chiuso sul soffitto sopra di me, nascosta dietro una cupola di vetro dipinta. Cammino fino alle verdure e prendo un altro morso rilassato. Sono completamente privo di sensi di colpa. Sto comprando quattro nodini.

Nel poker, quando sei preoccupato e prendi delle decisioni mediocri, si dice che sei in tilt.

Metto un cuore di carciofo e degli spinaci non lavati nel mio cestino. Ho delle briciole della sfoglia sul mio maglione.

Domando ad un addetto agli scaffali nell’area bagno: “Dove posso trovare delle mele essiccate e del succo di mango?”

Mi accompagna fino al reparto sedici. E’ molto giovane, forse ha sedici anni, e abbastanza piacente.

Mentre camminiamo, prendo un altro grande morso dalla sfoglia.

“Eccola qui”, dice.

“Brillante”, dico.

Forse mi rimangono due morsi della mia sfoglia. Uno di impasto, uno di crema.

Metto il succo nel mio cestino.

Comincio a dirigermi verso la cassa diciotto. Anche ora, non c’è quasi per niente fila.

Quella ragazza è un robot. Ha un istinto innato che le permette di sentire la posizione del codice a barre. E se un prodotto non viene registrato, sa bene quando smettere e cominciare semplicemente ad introdurre la sequenza dei numeri. Non lascia che l’orgoglio influisca sul suo giudizio. Se non viene registrato, probabilmente ci sarà stato un errore di stampa. Non si prende alcuna colpa. Sa bene quando lasciar perdere e chiamare il supervisore per un controllo prezzi. Nessuna vergogna per un controllo prezzi.

Sono in piedi dietro ad una madre e a suo figlio. Il bambino è seduto nel sedile interno al carrello, anche se forse è troppo grande, qualsiasi cosa questo significhi. E’ rivolto all’indietro, verso di me con la mia sfoglia in una mano e il mio cestello nell’altra. La sua mamma sta insacchettando tutto e mettendo i sacchetti pieni nel cestino.

Sul nastro della cassa c’è una confezione da quattro di fagioli, del salmone affumicato sottovuoto, bastoncini di pesce, una confezione da dodici di Um Bongo, due limoni, un set da dieci batterie tripla A, una confezione da sei di lattine di acqua tonica, una dozzina di uova, due pacchi—uno in offerta—di salsicce scelte, un paio di porri, sfusi, un sacchetto di insalata fresca, Mini-Wheats, Coco Pops e Special K.

La ragazza alla cassa—il suo nome è Alice—si sbriga con i prodotti sul nastro della cassa, entrambe le mani in perfetta sincronia, facendo scivolare ogni prodotto verso l’area dei sacchetti.

Il bambino fa rimbalzare i talloni contro la parte posteriore del carrello, producendo un suono metallico. Guardo il bambino negli occhi mentre stacco il penultimo morso dalla mia sfoglia. E’ rimasta soltanto la crema: un piccolo esagono giallo. Guardo oltre verso l’addetto alla sicurezza. Non è nella sua postazione. Posso sentire le briciole ai lati della bocca. Il rumore della cassa di Alice va di pari passo con i battiti del mio cuore. Sollevo l’esagono verso le mie labbra. Il bambino smette di calciare i suoi talloni contro il carrello.

A questo punto, potrei comunque avere intenzione di pagarlo. Potrei dire ad Alice: Ehi Alice, un’altra cosa, c’è una sfoglia nel mio stomaco e non l’ho ancora pagata.

Accosto l’esagono alla mia lingua. Ho lasciato il morso migliore per ultimo. Lo sto masticando. Il mio cuore corre: zucchero e pericolo. Non accetterò alcun pregiudizio.

Alice sta aiutando la madre a riempire i sacchetti.

Mi chiedo quanto sarebbe difficile cercare di avere perpetuamente fame, senza mai morirne. Non permettendomi mai di sentirmi sazio, tormentandomi continuamente, mantenendo il mio obiettivo, una manciata di noci, mezzo sandwich. Il bambino mi sta guardando. Sua madre sta pagando con la carta. Posso vedere il suo codice. 6643. Potrebbe essere l’inizio della mia nuova carriera. La sua borsetta in pelle non è chiusa. C’è un bancomat al garage dall’altro lato della strada. Potrei prendere una decisione.

Non ho ancora finito di togliere tutte le cose dal mio cestello. Ce l’ho ancora in mano. Il nastro della cassa continua a correre senza niente sopra. Comincio ad appoggiare le mie cose. Ho soltanto cinque prodotti.

“Salve”, dice Alice, facendo scorrere il mio cibo sopra il lettore di codici a barre. È una macchina.

“Ciao”, dico.

Ha già finito.

“Nove sterline e trentasei centesimi, prego.”

Non avevo mai rubato niente prima d’ora.

Do ad Alice un deca.

“Grazie”, dice.

“Grazie”, dico, e non appena parlo sento delle briciole cadere dalla mia bocca.

“Ecco la ricevuta.”

Cammino lentamente lungo le casse: la borsa di plastica in una mano, la ricevuta nell’altra. Da lontano, vedo l’addetto alla sicurezza a fianco all’uscita. Sta parlando con un altro addetto alla sicurezza. Diciassette, sedici. Quest’altro addetto alla sicurezza è nero. Non stanno ridendo. Per distribuire il peso, avrei dovuto dividere i miei acquisti in due borse. Mi sento lievemente sbilenco, un pochino zoppicante, come la fine dei Soliti Sospetti. Quattordici, tredici. Hanno sospettato che fossi un ladro la prima volta, e poi hanno scoperto che non ero abbastanza intelligente da essere un ladro, ero soltanto uno stupido zoppo che mangiava yogurt sul marciapiede. Sto proprio zoppicando ora. È curioso. Undici, dieci. Tengo la mano sinistra—quella che regge la ricevuta—piegata ad un angolo strano come se stessi nascondendo qualcosa. Non possono sospettarmi di nuovo. Sarebbe secondo giudizio per uno stesso reato.

Otto, sette. Stanno fissando il nulla. Stanno facendo due chiacchiere. Probabilmente discutendo del posizionamento delle telecamere a circuito chiuso. Sei, cinque. Un uomo con un carrello mi si para davanti. Parla al cellulare. Sto uscendo da Sainsbury, dice. Quattro, tre. Posso vedere che l’addetto alla sicurezza nero ha un classico viso da uomo nero. La mia idea astratta di viso da uomo nero. I capelli corti, ricci. Il naso largo. Due, uno. L’uomo al telefono dice, ho preso tutto. Zoppico verso gli addetti alla sicurezza, facendo dondolare la mia borsa, le briciole sul mio maglione. Sono in piedi di fianco all’uscita. Scrollo la mia gamba mentre passo loro accanto. Sono diventato qualcosa di nuovo. Passo la borsa dalla mano destra alla sinistra.

Mentre esco, al sole, il cibo in borsa, lo stomaco dolorante, colgo un frammento della loro conversazione. L’uomo nero sta parlando.

“…il settantasette è l’anno in cui è morto il punk…”


IL MIO APPETITO | 1 | 2 |

COMMENTI










That Starbucks salad and coffee cost around $10. Four of those and she would have had her “ticket.” Fifty of them and she could afford the abortion.
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Either he's afraid of blowing his day job in the Goldman Sachs IT department, or gays have finally reached the point where I officially give up on ever understanding what their deal is.
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