Illustrazioni di Maurizio Piraccini

IL MIO APPETITO - PARTE 1

di Joe Dunthorne

Ho iniziato a rubare quando avevo ventidue anni. La prima cosa che rubai fu un muffin al cioccolato. Cominciai a mangiarlo mentre vagavo per il supermercato e lo finii prima di arrivare alla cassa. Da quel giorno in poi, ogni volta che facevo la spesa, rubavo qualcosa: un barattolo di olive o una confezione di arachidi o, una volta, un salmone intero. Lo chiamavo “il mio sconto”. Come quelle tessere fedeltà. Non rubavo perché ero povero. Lo facevo solo perché mi faceva sentire indipendente. Dopo un paio di anni, mi beccarono. Fu molto imbarazzante. E ora non rubo più. La maggior parte delle persone ama avere qualcosa contro cui combattere. Una parte di me pensava di combattere contro l’omologazione. Ovviamente, non era così. Questo racconto parla di scelte e ribellioni: interne, esterne, politiche, domestiche. E un’altra motivazione universale: lo stomaco.


Quello di cui ho bisogno è mangiare qualcosa di piccolo, qualcosa di trascurabile, come una prugna. Ma sono troppo affamato.

L’ho già fatto altre volte. Andare da Sainsbury letteralmente morendo di fame. La gente lo dice. Morendo di fame. Andare da Sainsbury molto affamato, così affamato da lasciarmi andare in iperboli grandiose, e istanti dopo trovarmi sul bordo della strada a mangiare uno yogurt ai mirtilli con un cucchiaio di plastica.

So come mi vedono gli altri. Vedi un uomo seduto sul bordo della strada mentre mangia uno yogurt ai mirtilli con un cucchiaio di plastica e pensi: O Cristo, bel casino, nessuno dovrebbe ritrovarsi a vivere così. Vorresti comprarmi della zuppa.

Una volta, avevo uno yogurt alla fragola e una banana e li alternavo. Seduto su una panchina, un morso alla banana, senza ingoiarla, poi un cucchiaio di yogurt. Le mascelle che lavorano come una betoniera. Gli occhi morti di fame, incapaci di registrare la mia reputazione.

Così ho bisogno di qualcosa di piccolo, qualcosa di banale. Non voglio viziare la fame. La fame va custodita. Quando mi sveglio e sono affamato, è una sensazione fantastica. Ecco un nuovo giorno, ecco un’opportunità infinita.

Una scelta di cereali per la colazione permette ad ogni mattina di distinguersi. Potrei svegliarmi sentendomi umile con un mix di Weetabix-Muesli e, la mattina dopo dimenticarmene; è tempo del triumvirato Coco Pops-Cheerios-Goldem Graham e, in quel giorno, nulla è dato per certo.

L’alta parete di cereali al supermercato. L’enorme selezione di decisioni vitali, rappresentata. L’assortimento della famiglia Kellogs, dieci confezioni monodose, e nessuno sceglie i Raisin Bran quando ci sono i Froot Loops a portata di mano. Nessuna vergogna per l’uomo adulto che trasporta dei Frosties verso la cassa. E’ giusto difendere i propri gusti.

Il porridge implica delle scelte: latte o acqua, dolce o salato, denso o liquido, con uvetta o mirtilli o pezzetti di pera.

Ci sono. Un’ala di pollo. Una maledetta ala di pollo. Dalla rosticceria, in un sacchetto a prova d’unto.

Noto che la ragazza dietro al bancone è nera e mi fa piacere. E’ a capo del reparto insalate self-service, della macelleria e del pollo.

“Un’ala di pollo, per favore”, dico.

“Solo una”, mi chiede.

La afferra con le pinze, la lascia cadere nel sacchetto a prova d’unto. Il sacchetto ha una striscia trasparente sul davanti così puoi vedere quello che prendi. Stampa una ricevuta adesiva e chiude il sacchetto.

“Grazie” le dico con nonchalance, ma già sento le mie ghiandole salivari impazzire. La presa in giro del sacchetto chiuso. La mia bocca come un autolavaggio. Non mi metterò nella fila per chi ha acquistato meno di 6 prodotti perché potrebbe essere fuorviante.

Lo vedo da lontano. O forse non lo vedo, perché è quasi come se non ci fosse. Fino a diciotto si muove come un fottuto treno superveloce. Io sto correndo verso le casse, stringendo la mia unica ala di pollo contro il petto, la mia bocca come una fontana.

Arrivo alla cassa. La signora davanti a me sta già sistemando le sue cose nei sacchetti. Ci sono un paio di lattine di fagioli e un pacco di carne tritata che aspettano ancora di essere contate. Niente che vada pesato, il che è un bonus.

A volte, se aspetti troppo a lungo, puoi arrivare dall’altra parte della fame e sentirti come se non volessi mangiare. Ti senti a posto ma non lo sei.

Passo l’ala di pollo alla cassiera. Non mi preoccupo di poggiarla sul nastro. C’è un uomo dopo di me, il suo carrello pieno di bottiglie di acqua minerale e di cibo in scatola; tonno, sardine, fagioli, colazione in scatola, pesche sciroppate, anelli di ananas. Fa le scorte per l’apocalisse.

L’ala di pollo costa 86 centesimi. Niente. Ho le monete contate. Non ho bisogno di un sacchetto. Ha già il suo sacchetto. Non ho bisogno di una ricevuta. Non c’è nulla che ritorni da dove questa cosa andrà a finire.

E me la svigno oltre i finestroni alti, fissando il parcheggio là fuori.

Centinaia di colori. Poi, conto alla rovescia le casse fino a che raggiungo l’uscita. Tredici, dodici. Vedo l’addetto alla sicurezza da lontano a fianco alla porta, mi guarda. Sei, cinque. Non può capire la felicità. Quattro, tre. Esce dalla sua postazione. Due, uno. Adotta la posizione che usano i vigili per dire Stop.

“Mi scusi, signore, posso vedere la sua ricevuta?”

Oh, capisco. Un uomo si siede sul marciapiede alternando uno yogurt ad una banana e questo è quello che gli spetta.

“Capisco”, dico.

“Posso vederla per favore, signore?”

Ha la faccia più normale del mondo. Pelle chiara, naso trascurabile, mento leggermente pronunciato, pori dilatati tra le sopracciglia.

“L’ho lasciata alla cassa”, dico e mi giro e torno indietro.

Sento l’addetto alla sicurezza corrermi dietro. Crede che stia cercando di svignarmela. Con la mia ala di pollo.

Torno indietro dalla ragazza che sembra spaventata mentre l’approccio.

“Posso avere la mia ricevuta, per favore?”

Sento la morsa della mano della guardia sul mio gomito.

La ragazza guarda in basso le arance sparse sulla sua bilancia. E’ imbarazzata per me.

“Non ho preso la ricevuta. Posso avere la mia ricevuta per favore?”

Lei guarda nel cestino sotto la cassa.

L’uomo con lo stock di lattine ha smesso di svuotare il suo carrello. Mi sta guardando come se fossi pericoloso.

Come se fossi colui che darà inizio all’Armageddon.

Le punte delle dita della guardia mi stanno schiacciando l’osso del gomito. Lei continua a cercare la ricevuta.

“Eccola”, dice, sollevata.

“Eccola qui”, dico.

La guardia si china oltre a me e la prende dalle mani di lei. Guarda prima la ricevuta e poi il mio pollo, che sento ancora caldo contro la coscia.

“Ha qualcos’altro?” mi chiede.

“No. Non ho nient’altro.”

“Stenda le braccia per favore.”

Le casse dalla quindici alla ventuno si sono fermate per gustarsi il mio rituale d’umiliazione. Allargo le braccia, l’ala di pollo nella mia mano destra, prende dell’aria, perde il suo bell’aspetto di minuto in minuto: la pelle screziata, la doratura grigiastra.

“A posto, signore.”

“Okay. Posso andarmene ora, vero?”

“Le mie scuse. Può andare.”

Mi fa un cenno verso l’uscita.

“E’ stato veramente pessimo”, dico.

“Non avrebbe dovuto correre”, dice.

“Stavo correndo perché ero emozionato.”

Cammina a fianco a me. Mi segue fuori. Sono almeno di dieci anni più giovane di lui.

“Non potevo saperlo”, dice.

“Correvo perché ero felice.”

“Non sapevo perché stesse correndo.”

Fuori, mi siedo su una panchina vicino a Queen’s Road. Non ho neanche più molta fame.

Il pollo mi scivola tra le mani.

Rigiro il pollo per cercare il morso più carnoso. Prendo un bel morso e la maggior parte della pelle viene via, così resto lì seduto con un risvolto di membrana sopra il mento quasi fosse una barba.

Quando ho comprato quest’ala di pollo, credevo che fosse la decisione giusta. Non sapevo cosa comprare e poi—wham!—la mela di Newton—era ovvio: vai alla rosticceria. Ma quella sicurezza è svanita ora. Masticando la pelle, la bocca foderata di grasso tiepido, non riesco a pensare a cosa fare del resto della mia giornata.

Sono arrivato all’osso, mordendo via qualsiasi vago ritaglio di carne. È un gesto completamente automatico. Non riesco a pensare a nulla.

Il mio stomaco sa più della mia mente. Sento la mia fame tornare. E’ come svegliarsi. La destinazione dell’appetito. Le priorità del mio corpo: cibo su indignazione. Il mio stomaco è William Wallace. Io vivrò la mia vita a modo mio. Il mio stomaco è Mel Gibson. Boicottare Sainsbury’s sarebbe la decisione più facile. Sto morendo di fame. Il mio stomaco è un movimento per i diritti civili dei neri.


CONTINUED
IL MIO APPETITO | 1 | 2 |

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Sorry to the rich kids with sailor tattoos and Born Against t-shirts from eBay, but nobody does “ABC No Rio Relic” better than alcoholic teenagers from San Francisco who just found a jump rope in the alley.
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Who’s laughin’ now, Bin Laden? You thought you could blow everyone up and then devastate the American economy and polarize the world and then escape, but we caught you. And we did it for no money with zero casualties. Now you’re on death row in, um, Texas.
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