erché i giudici federali rispettano la costituzione alla lettera.

Sì. Ed è possibile in effetti rinunciare contrattualmente al proprio diritto di cronaca, ma avrebbero dovuto provare che io l’avevo fatto.

Il terzo punto era che tutti gli incassi del film dovevano essere tenuti in custodia a nome dei detenuti.

Volevano davvero inchiodarti per bene.

In questo caso fu discusso il diritto alla privacy per la prima volta nella storia del Massachussetts.

Wow. E’ curioso che alla fine degli anni ’60 non ci fossero ancora precedenti su casi di privacy.

Per il problema del contratto, il giudice semplicemente credette alla versione dello stato. Io dicevo X, loro dicevano Y, e il giudice—che era stato nominato apposta per questo caso e non aveva nessuna simpatia per il film—diede ragione a loro. E stabilì che tutti gli incassi sarebbero stati sequestrati e tenuti da parte per i detenuti.

Fu una vittoria clamorosa per lo stato del Massachussets. Ma scommetto che a quel punto non c’erano più fondi da mettere sotto custodia.

Sì, a quel punto non c’era nessun denaro! E il giudice dichiarò anche che i negativi dovevano essere bruciati!

Gesù!

Defini il film, “un incubo di spaventose oscenità”.

E’ più la registrazione fedele di un incubo di spaventose oscenità.

Allora feci appello alla Corte Suprema del Massachussets. Loro stabilirono che il film aveva valore, ma poteva essere visto solo da un pubblico selezionato: dottori, avvocati, giudici, funzionari della sanità, operatori sociali specializzati, e da studenti di queste materie e materie affini, ma non da “un pubblico spinto da mera curiosità”. E la proiezione sarebbe potuta avvenire solo con un preavviso di una settimana all’ufficio del procuratore capo, e solo se io fornivo un’autocertificazione che tutti i presenti alla proiezione erano appartenenti alle categorie autorizzate a vedere il film. Queste erano le condizioni per mostrare Titicut Follies.

In altre parole, era praticamente impossibile.

Praticamente impossibile! Cosa dovevo fare? Fare un colloquio a tutti quelli che volevano vedere il film? Cinque anni dopo fu nominato un nuovo procuratore capo in Massachussets. I miei avvocati lo incontrarono e lui acconsentì a modificare l’ingiunzione in modo da permettermi di fare vedere il film anche solo avvalendomi della certificazione di qualcun altro che i presenti appartenevano alle categorie autorizzate. Se un professore, mettiamo il caso, dell’Università dell’Illinois, voleva far vedere il film e mi firmava un documento in cui dichiarava che il pubblico sarebbe stato composto di persone autorizzate la cosa era fattibile, ma solo se lui mandava a me quel documento e poi io lo consegnavo all’ufficio del procuratore capo e ad un funzionario della corte suprema. E poi, a distanza di una settimana dalla proiezione, io dovevo consegnare un altro documento in cui testimoniavo a mia volta che il pubblico era fatto di persone che rientravano nei criteri.

Immagine tratta da Titicut Follies.


Troppi passaggi da affrontare. Qualcuno ha davvero fatto tutto questo per vederlo?

Bè, sì. C’erano molte persone che volevano vedere il film, e quindi affrontarono questa assurda corsa ad ostacoli.

Gli studenti di cinema lo potevano vedere?

No, e nemmeno i giornalisti.

Vuoi dire che sarebbe stato illegale se un giornalista avesse visto Titicut Follies?

Sì. Ma il problema era stabilire se gli studenti fossero di “quelle materie, o altre materie ad esse correlate”. Credo che in alcuni casi fu possibile mostrare il film in alcune scuole di giornalismo perché il giornalismo era piuttosto correlato in effetti.

I censori si scagliarono contro una sequenza del film in cui il detenuto Jim viene portato via dalla sua cella, completamente nudo, e trascinato in un bagno dove viene rasato—anche se comincia a sanguinare un taglio—lavato, e poi riportato nella sua cella dove ha una crisi e comincia a urlare e a battere i piedi per terra. Questo, ovviamente, succede dopo che una delle guardie lo ha tormentato crudelmente con la stessa domanda ripetuta all’infinito: “La cella dev’essere pulita domani, vero Jim? La pulisci la cella domani, vero Jim?” E’ una tortura psicologica vera e propria…

Sì, e mentre Jim sale le scale una guardia lo schiaffeggia. Si sente il rumore ma non si vede perché è fuori campo.

Cosa speravi di far vedere quando hai montato la sequenza?

Che questo non è il modo in cui si tratta un essere umano, ovviamente, a prescindere dal crimine che ha commesso, ma che questo era il modo in cui questi detenuti venivano trattati. Per prima cosa, non capivo perché i detenuti dovevano stare nudi. La motivazione ufficiale è che avrebbero potuto suicidarsi. Ma gli potevano dare dei vestiti di carta. E in realtà, sei mesi dopo l’uscita del film gli furono fornite divise di carta, fino a quando non finirono i fondi. La vera ragione comunque era che era semplicemente più comodo tenerli nudi. Alcuni erano incontinenti e le guardie non volevano avere il problema di cambiargli i vestiti sporchi.

Immagine tratta da Titicut Follies.


Fino a quando è durato il bando?

Fino al 1990. A metà degli anni ’80 ho avviato un’altra azione legale. Il primo giudice era morto. Il Boston Globe aveva titolato, “Muore il Giudice di Titicut Follies”. Allora ho sottoposto un’istanza, sostenendo che le circostanza ormai erano cambiate. Il nuovo giudice nominò un assistente speciale incaricato di stabilire se la proiezione del film avrebbe in qualche modo danneggiato i detenuti ancora vivi. Quindi bisognava stabilire chi era ancora vivo, e lui ci riuscì, e scrisse un rapporto in cui sosteneva che la proiezione del film, a suo modo di vedere, non poteva arrecare danno ai detenuti ancora vivi. Il nuovo giudice allora stabilì che potevo proiettare il film se oscuravo le facce dei detenuti.

Di tutti? Ma è impossibile.

Sì. Mi sono rifiutato di farlo, e gli ho detto che sarebbe stato possibile farlo sul formato videotape, ma non sarebbe stato tecnicamente possibile farlo su pellicola. Ma non l’avrei fatto neanche se fosse stato possibile. Allora gli chiesi di riesaminare il caso. Lo fece, e concluse che il film era protetto dal Primo Emendamento, e poteva essere proiettato senza restrizioni. E allora fu trasmesso sulla televisione pubblica locale.

Cavolo, e ci sono voluti solo 23 anni. Quando giri ti sposti dove devi lavorare e poi che succede? Giri finchè non crolli, ti riposi un po’, e poi ricominci?

Proprio così. A volte il luogo è aperto giorno e notte, come un ospedale, o a volte è aperto dalla mattina alla sera. Dipende. Se il posto è aperto 24 ore al giorno, di solito ci passo almeno 15 ore. Se è aperto 12 ore, ci sto 12 ore. E la notte guardo il girato. Sono giornate molto lunghe. Non si dorme molto. Ma è una cosa molto intensa. E’ divertente.

Dev’essere faticoso.

Fare documentari è uno sport, in certo senso. Devi essere abbastanza in forma perché stiamo tutto il giorno in giro con l’equipaggiatura in spalla, e devi esserere in grado di essere attivo senza poter dormire molto.

E giri ancora con gli stessi ritmi di sempre?

Sì. Mi occupo del suono e dirigo. C’è sempre un cameraman con me, e una terza persona che porta la pellicola di riserva e fa tutti i lavori improvvisati che possono servire. Quando giro in sostanza guido il cameraman con il microfono. Scelgo quello che dev’essere inquadrato. Abbiamo alcuni segnali che usiamo quando giriamo per comunicare.

Montare un documentario è una grossa responsabilità—realizzare un documentario in generale in realtà—perché puoi suggerire cose indirettamente e manipolare lo spettatore se vuoi.

Sì, si rischia di manipolare in senso negativo. Ma è necessario manipolare in senso positivo! Sento di avere un’enorme responsabilità verso chi mi ha permesso di riprenderlo.

INTERVISTA DI JESSE PEARSON


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