DOS & DON'TS













uardare i tuoi film mi causa reazioni molto diverse, dal divertimento al disgusto e molto altro. Ma in tutti quelli che ho visto è arrivato un momento in cui mi sono chiesto com’è per te essere lì. Per esempio, la scena in cui nutrono uno dei pazienti attraverso un tubo nel naso in Titicut Follies. Cosa si prova di fronte ad una situazione così intensa?

Ci sono molti sentimenti diversi. Probabilmente penso che è una buona scena, e voglio fare il mio meglio per catturarla. In secondo luogo, da qualche parte nella mia testa mi meraviglio che delle persone possano trattare in quel modo delle altre persone. E’ difficile ricostruire quelle sensazioni a posteriori. Quando ti ci trovi dentro è difficile pensare oltre a, bè, questa è una grande scena. Perché sei troppo preso dal lavoro. E’ diverso quando ti trovi in sala di montaggio e hai la possibilità di rifletterci sopra. Il montaggio è una fase che richiede molta più analisi. Devi individuare quello che secondo te sta succedendo, e puoi mandare le immagini in avanti, indietro, dritte, al contrario, di lato, tutte le volte che vuoi.

Titicut Follies è entrato nella leggenda. E’ stato censurato e bandito in vari modi. Mi puoi raccontare la storia?

Il film è stato bandito del tutto per circa sei o sette anni. E’ uscito nell’autunno del ’67 e quasi subito c’è stata un’ingiunzione del tribunale, e poi il processo.

Io avevo realizzato il film con il permesso di tutte le autorità coinvolte. Non puoi fare un film in un carcere di massima sicurezza senza essere accompagnato. Quando ho finito il film l’ho mostrato al sovrintendente e ad un uomo di nome Elliot Richardson che, nel periodo in cui ottenni il permesso per girare il film, era vicegovernatore dello stato, con delega su Bridgewater e altre prigioni. Quando avevo finito il film, era divento procuratore capo del Massachussets.

Il nome non mi è nuovo…

Divenne molto noto come ministro della giustizia e poi come segretario di stato nell’amministrazione Nixon, anche se per un periodo breve. Fu costretto a lasciare per via dello scandalo Watergate. Ma comunque, lo feci vedere al sovrintendente e gli piacque. Lo feci vedere a Richardson e gli piacque.

Questo mi soprende.

Io rimasi stupito già quando mi diedero l’autorizzazione a girare.

Immagine tratta da Titicut Follies.


Pensavano davvero che lo stato di quella struttura si potesse mostrare al mondo esterno?

Bè, il sovrintendente era amico mio—almeno in senso professionale. Lo conoscevo perché avevo insegnato diritto per alcuni anni, e portavo spesso i miei studenti a fare delle visite a manicomi e prigioni. E’ da quelle esperienze che mi venne l’idea di girare Titicut Follies. Per questo avevo conosciuto il sovrintendente quando avevo chiesto l’autorizzazione per portare i miei studenti a Bridgewater, e quindi quando pensai di girare un film lì, mi rivolsi a lui. E lui diventò la mia guida nel sistema penale. Mi mostrò come era possibile ottenere un permesso. Anche con il suo aiuto mi ci volle circa un anno e mezzo per avere l’OK.

Ma per quale motivo al mondo poteva volere che venisse girato un film?

All’epoca lui era stato sovrintendente per qualcosa come nove anni. Per via delle leggi statali non riceveva sovvenzioni. E non riceveva nessun altro finanziamento privato, ma aveva bisogno di soldi per avviare nuovi programmi.

Voleva far vedere che c’era bisogno di soldi.

Già. E Richardson ci aiutò perché pensava che fosse una buona idea! All’inizio il film piacque a tutti e due. Sapevano che Bridgewater era davvero così, in parte anche perchè non c’erano soldi per assumere e formare guardiani, assistenti sociali e psichiatri specializzati. Quello era uno dei punti fondamentali. Il film fu messo in cartellone al New York Film Festival. Ci furono delle proiezioni poco prima del festival, e i commenti furono molto positivi. Poi un assistente sociale del Minnesota scrisse al governatore del Massachussets, John A. Volpe, dicendo, “Come potete permettere che venga girato un film con uomini nudi?” Il film non lo aveva nemmeno visto, aveva solo letto le recensoni. Volpe prima di questa lettera non aveva neanche sentito parlare del film, ma pensò che la sua carriera politica potesse risultare compromessa. E allora ottenne un’ingiunzione definita ex-parte, il che significa un appello in cui non mi fu consentito di essere rappresentato. E la decisione fu di impedire la proiezione del film al festival di New York.

Solo a quel festival?

Quello era l’unica occasione pubblica in cui lui sapeva che l’avrebbero proiettato. Lo fecero vedere comunque, ma poi il film uscì a New York e ottennero un’ingiunzione permanente. Poi fu istituita una commissione dallo stato del Massachussets, che era controllata dai Democratici che ce l’avevano con Richardson. Organizzarono degli interrogatori per scoprire come avessi ottenuto il permesso di girare. Volevano usare quel genere di informazioni contro Richardson.

Il film diventò uno strumento nei piani di persone con interessi molto diversi.

Esatto. Ci fu un processo che durò 19 giorni, in cui si delinearono tre accuse principali… primo, il film costituiva un’invasione della privacy del detenuto Jim, quello che viene mostrato nudo nella sua cella. La seconda era che avevo rotto un accordo verbale che garantiva allo stato del Massachussets l’ultima parola sul montaggio del film.

C’era mai stato un accordo del genere?

Non c’era alcuna prova di nessun genere che fosse a sostegno di questa teoria. Eppure il sovrintendente testimoniò che c’era un accordo verbale.

Vuoi dire che testimoniò il falso?

Sì. Richardson, che era un avvocato molto abile, costruì questa teoria secondo cui io avevo rinunciato ai miei diritti di espressione garantiti dal Primo Emendamento. Avevano paura che portassi il caso in una corte federale. In quel contesto, appellandomi al Primo Emendamento avrei avuto molte più probabilità di avere ragione.

INTERVISTA DI JESSE PEARSON


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