Foto di Jennifer Smith-Mayo



rederick Wiseman è molto probabilmente il migliore regista di documentari in circolazione. E’ sicuramente il più coerente. Ma è anche molto probabile che non abbiate mai sentito parlare di lui, né tantomeno visto i suoi film, anche se è dal 1967 che lavora senza pause.

Fino a questo autunno, il lavoro di Wiseman non era reperibile né in DVD né in VHS. Non c’è mai stata nessuna distribuzione dei suoi film. L’unica possibilità di vederlo era seguendo con molta attenzione la programmazione notturna di una piccola tv locale in America, e sappiamo bene che quella non la guarda nessuno, tantomeno in Europa. Vi potrebbe capitare di vedere un suo film proiettato in un museo o ad un festival, ma è una circostanza piuttosto rara, un po’ come vedere un unicorno al galoppo per le sale del MoMA. Ma allora perché Wiseman non ha mai autorizzato la distribuzione dei suoi film nei videonoleggi? Perché non vuole fare nessun tipo di compromessi, e gli ci è voluto molto tempo per trovare un sistema per rendere il suo lavoro accessibile ad un pubblico più ampio senza prendere delle inculate dal punto di vista commerciale. Tutto qui.

Ora che i suoi film sono reperibili, dovete procurarveli immediatamente. Un documentario di Frederick Wiseman è la forma più perfetta di reportage diretto mai sperimentata. Lui va in un posto (qualsiasi posto, in un manicomio o in un liceo, o in un campo di addestramento dell’esercito o in una grossa agenzia di modelle a New York, o a Central Park) e ci rimane per un periodo tra le 4 e le 12 settimane in cui gira, gira e gira. Non intervista mai nessuno. Non appare mai di fronte alla macchina da presa. Le persone e i luoghi raccontano le loro storie, e lo fanno meglio di chiunque altro. Questi film sono la cosa che più si avvicina al vedere un posto con i propri occhi.

Una conversazione con Wiseman non può che arrivare inevitabilmente a Titicut Follies, il documentario del 1967 girato a Bridgewater, un manicomio statale in Massachussets. E’ un ritratto sconvolgente, commovente, e —cosa che vi sorprenderà—divertente, di una struttura il cui interno non era accessibile a nessuno. Nel film i prigionieri sono sempre nudi, e sono vittima di ogni genere di abuso. Gli psichiatri discutono con indifferenza della vita e della morte di queste persone nel corso di normalissime riunioni dello staff. Un detenuto in cortile sta in equilibrio sulla testa e canticchia tranquillamente, un altro è alimentato a forza—attraverso un tubo che gli entra nello stomaco attraverso il naso—da un membro dello staff che versa questo pappone informe nel tubo con una mano e fuma una sigaretta con l’altra. A volte non si riesce semplicemente a credere ai propri occhi guardando Titicut Follies.



Qualche tempo fa abbiamo chiamato Frederick Wiseman nella sua casa sperduta da qualche parte nel Maine. Ci ha parlato, più che altro, della guerra di sfinimento che ha combattuto per decenni pur di riuscire a far vedere alla gente il suo primo film.

Vice: Ci puoi raccontare di come ti sei interessato ai documentari sugli istituti d’igiene mentale?

Frederick Wiseman:
Mentre giravo Titicut Follies, che è stato il mio primo documentario, mi sono reso conto che quello che stavo facendo a Bridgewater lo potevo fare in molti altri istituti. Da lì venne l’idea di fare quella che tra noi chiamavamo ‘la serie istituzionale’. Allora—ma penso che sia ancora così in un certo senso—gli argomenti che sceglievo non erano argomenti da documentario. Ma l’idea di fare un film su un luogo, dal mio punto di vista, era utile perché mi offriva un confine.

Avere dei confini chiari che delimitassero quello che il film poteva o non poteva mostrare mi aiutava molto.

Il luogo ha la stessa funzione delle linee bianche e della rete in un campo da tennis. Tutto quello che succede in un luogo va bene per il film, e quello che succede al di fuori riguarda un altro film. Allora ho cominciato a scegliere luoghi che esistevano già da tempo, istituti ancora attivi, che fossero considerati rappresentativi nel loro genere e la cui esistenza influenzasse la vita di molte persone.

In questo modo rendevi più profonda la tua analisi del problema. Pensi che prima del tuo lavoro i documentari non guardassero agli istituti di igiene mentale, ai licei o all’addestramento della polizia come soggetto perché gli autori non avevano una mentalità abbastanza aperta per arrivarci?

Potrei fare delle riflessioni, ma sarebbero del tutto ipotetiche.

Ipotizza pure liberamente.

Bene. Ho cominciato a lavorare 40 anni fa. Il primo film è del 1966. Solo nel 1958 era stata sviluppata la tecnologia che ti permetteva di girare con la macchina a mano e il sonoro in presa diretta. Quindi quando ho cominciato non c’erano molti film in cui si vedessero certe tecniche. E, visto che la tecnica era nuova, molti aspetti della vita contemporanea non erano stati ancora affrontati. E non lo sono anche oggi, per molti versi.

Ma prima di allora, dopo il 1958 voglio dire, quelli che facevano documentari in presa diretta più che altro seguivano altre persone, personaggi politici, criminali, o entrambi. La mia idea era di mettere il luogo al centro dell’obiettivo, piuttosto che una persona. Il film è sulla gente in quel luogo.

Cosa dici alla gente prima di cominciare a riprenderli?

Sono piuttosto diretto con loro. E’ l’unico modo, soprattutto dal punto di vista etico, ma è anche la cosa migliore dal punto di vista strategico. Non voglio mettermi in una situazione in cui facciamo il film e poi qualcuno si può presentare da me e dire, “Mi hai detto che volevi fare un’altra cosa, hai mentito”. Quindi, all’inizio, dico qualcosa di questo tipo: “Sto girando un documentario. Niente nel film dev’essere finto. Staremo qui da 4 a 8 settimane. Durante questo periodo, gireremo da 80 a 110 ore di materiale. Non so di cosa parlerà il film fino quando non passeremo al montaggio. Quello che sto per fare ora è raccogliere il materiale. Se c’è qualcuno che non vuole essere ripreso, basta dirlo e non ci sarà neanche da discutere. Scopro quello che sarà il film quando mi metto a montarlo. Una volta terminato il montaggio, il film verrà trasmesso sulla televisione pubblica locale e distribuito in formati diversi”.

Dev’essere difficile dare queste spiegazioni nel bel mezzo del caos in cui spesso ti trovi a girare.

Spesso non è possibile chiedere l’autorizzazione prima di comiciare a girare una scena. Non puoi dire, “Scusi, dottore, può aspettare un attimo prima di lavorare su quella gamba fratturata, vorrei parlarle di quello che sto facendo”. Giro fino a quando la scena è finita, e poi dico, se qualcuno ancora non lo sa, quello che ti ho appena detto. Gli chiedo se posso usare il materiale che ho girato, e registro le mie spiegazioni e la loro risposta. Nella mia esperienza è molto difficile che qualcuno dica di no.

Perché pensi che sia così?

Anche in questo caso potrei solo fare delle ipotesi. Ma penso che in fondo la gente sia contenta del tuo interesse per loro, del fatto che li riprendi e registri la loro voce. La vanità non può essere sottovalutata come spiegazione.

Anche se quello che fanno è in qualche modo sgradevole?

Immagine tratta da Titicut Follies.


Questa è una domanda complessa. Credo che la maggior parte di noi sia convinta che quello che fa sia una cosa buona. Non è che tutti vedono se stessi nello stesso modo in cui sono percepiti dagli altri. Capita spesso. Se pensassimo davvero di essere crudeli, o sadici o qualcosa del genere, molto probabilmente non ci comporteremmo così. Non ci rendiamo conto dell’impressione o dell’effetto o delle contraddizioni di quello che diciamo e facciamo.

Pensi di aver imparato molto sulla psicologia e sulla natura dell’uomo girando i tuoi film?

Non lo ridurrei ad una lezione da imparare, ma credo che non solo un documentarista, ma chiunque faccia delle esperienze che lo mettono in contatto con molta gente impara molto della natura umana. O forse si convince di aver imparato molto della natura umana.

Cosa fai quando qualcuno comincia a recitare troppo la sua parte o perde la spontaneità mentre stai girando?

Se penso che stiano recitando mi fermo.

Te ne vai e basta?

Sì. In realtà succede piuttosto raramente, quindi non è un vero problema. Come ho detto, è una cosa normale in altre situazioni non-cinematografiche. Come giornalista, se ti accorgi che qualcuno ti sta raccontando delle cazzate, reagisci di conseguenza.

La presenza di un regista è inconsueta in un ambiente, ma non inconsueta come può essere la presenza di uno che fa un’intervista o che in qualche modo interferisce. Quella è una situazione più artificiale. Credo sia vero che quello che vedi nei miei film sarebbe successo ugualmente anche senza il film. Ma non si può dire lo stesso di un’intervista filmata, o scritta su un giornale. Quelle sono cose fatte apposta in una determinata occasione.

Non senti mai il bisogno di fare domande?

Bè, a volte sì, ma non lo faccio—o almeno non lo faccio mentre giro. Per raccogliere informazioni su come funziona un luogo faccio spesso domande, ma non riguardo ad un evento in particolare. Magari chiedo quando si tengono gli incontri del personale, o chi dirige la struttura, quali sono le persone che sembrano avere il maggior potere decisionale in un dato luogo. Fare questo genere di domande occupa molto del mio tempo.

INTERVISTA DI JESSE PEARSON


CONTINUED:
I DOCUMENTARI E LA FOLLIA
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COMMENTI










The reason people love pictures from the 80s is the film makes everyone look like you've just done poppers on top of 8 or 9 beers.
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One of her patches says, “You don’t have to fuck people over to survive,” which is ironic considering I pay my rent by saying this girl looks like a revolutionary Eric Bogosian if he was a homeless lesbian.

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