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VOICE OF AMERICA - PARTE 1

di E.C. Osondu


Quando ero bambino, a Lagos, in Nigeria, mio padre si convertì ad una versione americana del Cristianesimo che affondava le proprie radici da qualche parte nella Pennsylvania rurale. Una conseguenza della sua nuova fede fu che—a differenza delle altre famiglie in Nigeria, dove il punto cardinale della cultura era ancora dettato dai vecchi colonizzatori, gli inglesi, e dove la gente ascoltava la BBC—la nostra attenzione era rivolta agli Stati Uniti. Guardavamo Bonanza in televisione e ci sedevamo intorno a mio padre mentre ascoltava Voice of America, la stazione radio. Ci faceva ascoltare un programma chiamato The VOA News, che veniva letto in Special English, una versione dell’inglese che immagino nessuno parlasse, inventata apposta per gli ascoltatori ritardati d’oltreoceano come noi.

La domenica mattina ci svegliavamo con la voce di Jim Reeves che cantava “We Thank You Lord”, e man mano che la giornata progrediva ascoltavamo Bobby Dare e Skeeter Davis. Mio padre pensa ancora che la morte di Jim Reeves sia stata una tragedia globale—un uomo che non ha mai conosciuto, di un paese che non aveva mai visitato, un uomo che mi guardava dalla copertina del suo disco come se mangiasse solo latte e burro per colazione, pranzo e cena.

Dato che la VOA è uno dei ricordi più forti della mia infanzia, sapevo che prima o poi avrei scritto un racconto che la includesse in qualche modo. Non avevo idea di che forma avrebbe avuto la storia, ma alla fine è proprio lì il bello…



Stavamo ascoltando un programma chiamato Music Time in Africa, sulla Voice of America, seduti davanti al negozio di Ambo mentre bevevamo Coca e ogogoro, il gin tipico del luogo. Eravamo quasi tutti ragazzi che stavano passando le lunghe vacanze estive nel villaggio. Quelli di noi che avevano i genitori troppo poveri per pagare le rate scolastiche passavano l’estate a fare lavoretti nel villaggio per risparmiare abbastanza da poterci iscrivere a scuola. Qualcuno ci fece notare che la trasmissione era davvero chiara, paragonata alle trasmissioni locali, che erano piene di interferenze. Il presentatore annunciò che una ragazza americana di nome Laura Williams aveva richiesto una canzone africana e che era interessata a corrispondere con ragazzi africani, specialmente in Nigeria. Onwordi, che fino a quel momento era rimasto avvolto nei suoi pensieri, corse da Ambo il negoziante, prese una penna, e iniziò a trascrivere il suo indirizzo. Questo creò un’immediata bagarre per prendere l’indirizzo. Lo scrivemmo tutti su un foglietto, che poi piegammo, infilandolo nei nostri taschini, promettendo che le avremmo scritto appena arrivati a casa quella sera stessa. Presto nacque un dibattito tra di noi riguardo alla ragazza che voleva corrispondere con un ragazzo africano.

“Prima che le arrivino le nostre lettere, ne avrà già ricevute migliaia dai ragazzi che vivono nella città di Lagos, e getterà le nostre lettere nella spazzatura,” disse Dennis.

“Sì, forse hai ragione,” rispose Sunday, “e poi, anche se ci scriverà, probabilmente non avremo nulla in comune. Ma i ragazzi che vivono in città vanno in discoteca e conoscono le liriche delle ultime canzoni di Michael Jackson e dei Dynasty. Sono loro quelli che hanno visto i film appena usciti, non quelli di kung-fu cinese con Sonny Chiba che Fantasia Cinema passa una volta al mese nel villaggio.”

“Ma non si può mai sapere con queste americane, potrebbe essere interessata a fare amicizia con un ragazzo di villaggio perchè vive in città ed è probabilmente stanca dei ragazzi di città.” Disse Lucky, il più vecchio di noi, che aveva speso tre anni a ripetere la quarta.

“Una volta ho incontrato una donna americana a Onitsha dove mi ero recato per comprare le mercanzie per il mio negozio,” disse Ambo il negoziante. Ci parlava raramente, passando le giornate ascoltandoci, sorridendo, e guardando i numeri nel suo quaderno.

Ci girammo tutti verso Ambo, sorpresi. Sapevamo che si recava al famoso mercato di Onitsha, che era il più grande mercato di tutta l’Africa Occidentale, per comprare prodotti ogni settimana; ma non potevamo credere che aveva conosciuto una donna americana. Si diceva che il mercato di Onitsha era così grande che metà delle persone che ci si recavano per comprare e vendere non erano umani, ma spiriti. Si dice che il modo migliore per riconoscere gli spiriti al mercato sia di piegarsi e guardare i piedi che ti passano davanti, in mezzo alle gambe. Se guardi con abbastanza cura e attenzione noterai che alcuni dei piedi non toccano la terra con le loro suole. Quelli sono gli spiriti. Se ritengono che un mercante gli abbia fatto fare un buon affare, i soldi nella scatola del mercante cresceranno di giorno in giorno, ma se un mercante li frega, troverà sempre meno soldi nella sua scatola, senza alcuna spiegazione logica.

“Indossava una gonna tradizionale e una camicia fatta di stoffe locali ed era venuta a comprare un borsellino di pelle e un cappello dai mercanti Hausa. Ci aveva anche scambiato qualche parola in Hausa. Il modo in cui disse ina kwu ana nkwu era così dolce e melodico che pareva di sentire il canto di un canarino.”

“Era probabilmente un’insegnante volontaria di una delle scuole secondarie per ragazze che si trovano vicino a Onitsha, che vive lì da così tanto che non conta più come un’americana. Qui stiamo parlando di una vera e propria donna americana, che vive su terra americana.” Ribattè Jekwu, che era l’avversario di Ambo, per via di una disputa su un vecchio debito, ed era perennemente in contrasto con la posizione di Ambo, in qualsiasi discorso.

“Beh, quello che cercavo di dire è che potrebbe essere interessata ad un ragazzo di villaggio. Come quella che vidi a Onitsha, che indossava un vestito del luogo e parlava Hausa, sono sicuro che sarebbe interessata ad un ragazzo di villaggio,” disse Ambo, seppellendo la testa nel suo quaderno.

Qualcuno ordinò un altro giro di ogogoro e Coca e cominciammo tutti a bere, in silenzio, assorti nei nostri pensieri. La luna calò e immediatamente tutto divenne buio. Uno per uno ci alzammo, dirigendoci verso le nostre case.


Eravamo seduti nel negozio di Ambo una sera quando entrò Onwordi, spavaldo, con in mano una busta bianca con un piccolo francobollo americano con un’aquila dipinta di profilo. Ce la sventolò in faccia mentre sorrideva. Ordinò da bere per tutti e ci fiondammo verso di lui, cercando di strappare la busta dalle sue mani.

“Ha risposto,” disse, con aria fiera, come un uomo che ha inaspettatamente pescato un grosso pesce nel piccolo ruscello del villaggio. La verità è che ci eravamo dimenticati dell’annuncio alla radio e io avevo lavato i pantaloni che indossavo quella sera, con il foglietto dell’indirizzo ancora nella tasca di dietro.

Onwordi cominciò a leggere dalla lettera. La ragazza si chiamava Laura Williams. Si era appena trasferita con i genitori in una fattoria dell’Iowa da una città molto grande. Aveva un altro anno prima di finire le superiori. Stava per iniziare un corso su Africa: I suoi popoli e le sue culture nell’autunno e voleva saperne di più sulla cultura africana. Voleva sapere se Onwordi viveva in una città o in un villaggio. Voleva anche sapere se viveva vicino a tanti animali selvaggi come le giraffe, i leoni, e gli scimpanzè. E cosa mangiava normalmente, ed erano cibi piccanti? E come si preparavano? Voleva anche sapere se aveva tanti fratelli e sorelle. Firmò la lettera con la frase: “Tua, Laura.”

“Oddio,” disse Lucky, “questa è una lettera d’amore. La donna americana sta cercando un marito africano.”

“Perchè dici questo?” disse Onwordi, chiaramente molto eccitato all’idea. Anche se aveva letto la lettera più di mille volte, cercando un colpo di fortuna di questo tipo, non ne aveva visto l’ombra.

“Guarda come ha finito la lettera, praticamente ti sta dicendo che d’ora in poi è tua.”

“Penso sia il modo di firmare le lettere in America,” disse Dennis. Era quello che aveva letto più libri tra di noi, avendo divorato l’opera omnia di James Hadley Chase e Nick Carter. Usava parole grosse e occasionalmente si riferiva a qualche ragazza del villaggio chiamandola bambola, e qualche altra pupa senz’anima.

“Ma quello non è nemmeno il punto principale; può diventare la tua ragazza se sai come giocare le tue carte. Potresti dirle che hai una fattoria di giraffe e che giri per il paese a cavallo di una tigre,” continuò.

“Ma poi ti chiederà una fotografia, e sai che non abbiamo giraffe qui, e che l’ultima volta che abbiamo sentito parlare di un leone fu quando si disse che un cacciatore ne vide uno ormai più di dieci anni fa,” disse Jekwu. “Dovresti chiederle di mandarti una banconota da dieci dollari, dicendo che vuoi vedere com’è fatta, e poi quando la manda la possiamo cambiare al mercato di Onitsha per mille naira e usare i soldi per comprare ogogoro.” Jekwu prese un sorso e si strofinò gli occhi, che si stavano appannando per via dell’alcol.

“Se le chiedi dei soldi, le farai paura e se ne andrà. Le donne bianche vogliono l’amore romantico. Scrivile una lettera d’amore dichiarando il tuo amore per lei e chiedendole la mano, dille che vorresti andare a stare con lei in America, e vedi cos’ha da dire,” disse Dennis.

“Promettile che le manderai dei dischi di Rex Jim Lawson se lei ti manda ‘Do Me Right Baby’ di Kool and the Gang,” aggiunse Lucky.

“Un ragazzo della mia classe una volta corrispondeva con una ragazza indiana. Lei gli chiedeva di mettere le sue lettere sotto il cuscino quando dormiva. La notte appariva nei suoi sogni e facevano l’amore. Diceva sempre che si svegliava al mattino esausto per colpa delle maratone amorose nei sogni. Non sappiamo come sia successo, ma poi scoprì che la ragazza era morta molti anni prima.”

Eravamo tutti scioccati e ammutoliti dalla storia di Dennis. Ambo alzò il volume della radio e cominciammo ad ascoltare le notizie in Special English. La guerra in Palestina continuava imperterrita, i neri in Sud Africa si stavano ribellando a Soweto, e i bambini morivano di fame in Etiopia e Eritrea.

Onwordi non disse nulla. Sorrise ai nostri commenti, tenendo la lettera vicino al petto come se stesse abbracciando un’amante. Ci ringraziò dei nostri suggerimenti e quella notte fu il primo a lasciare il negozio di Ambo.


CONTINUED
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COMMENTI










Not sure why The Great Reveen uses a shiny old watch swinging back and forth on a chain. We were staring at this thing so long we had beards.

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Sorry to put a GILF in the DON’Ts but until American Apparel makes socks thin enough for heels we can’t let you jam big fat sweat socks into your shoes. The bunchiness kills it.

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