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LA TEORIA SATANICA DELLO SVILUPPO PSICOSESSUALE - PARTE 1di Gus ViscoIl soggetto di questo racconto era inizialmente strutturato intorno alla teoria di sviluppo psicosessuale in cinque fasi, proposta da Freud. Ecco spiegato il titolo. Volevo raccontare la storia di un programma di educazione per bambini, concepito per formare individui disadattati e sessualmente contorti. Quando ho finito mi sono trovato con qualcosa di completamente diverso e la ‘psicologia’ che avevo usato nel racconto era diventata più che altro filosofia basata sugli scritti di Joseph Campbell su Jung. Ho tenuto lo stesso titolo.La Sig.ra Witte non ha figli. Non potrebbe nemmeno se volesse; e lo vorrebbe. I suoi pezzi di sotto sono in pessime condizioni. C’è una crescita deforme che le ha aperto un buco dove non ci dovrebbe essere alcun buco. Questo buco geme sangue, che crea infezioni. Nel corso degli anni, le infezioni hanno reso gli organi troppo piccoli e deformi per consentire lo sviluppo di un feto sano. E lei ormai ha un’età in cui non ha più importanza, anche se fosse completamente sana. Niente bambini per la Sig.ra Witte, non in questa vita. Niente nipotini. Nessun amore e nessuna eredità. La dottoressa Patricia Witte ha preso il suo Master in Psicologia alla University of Dayton nel 1981 e il suo dottorato di ricerca in Psicologia Clinica, con specializzazione in Psicologia Infantile, alla University of Southern Mississippi nel 1985. Dal 1987 ha lavorato come psicologa infantile in clinica, e dal 1991 ha insegnato e tenuto seminari in diverse università. Nel 2001 ha pubblicato il manuale di psicologia clinica, La teoria satanica dello sviluppo psicosessuale: Dinamiche di deviazione sessuale negli adolescenti. Negli anni seguiti alla pubblicazione, il testo ha ottenuto notevoli riconoscimenti dalla comunità accademica fino a diventare un testo standard in molti corsi universitari di psicologia. Qualche tempo fa Witte ricevette una telefonata da una segretaria dell’ufficio del Generale William W. Williamston. Williamston aveva letto il libro, le aveva spiegato la segretaria, e aveva richiesto il suo aiuto per un problema di sicurezza nazionale. Witte in un primo momento aveva rifiutato, ma si convinse, a seguito di una serie di telefonate intimidatorie da parte di Williamston e del suo staff, che sarebbe stato meglio per lei se avesse collaborato. Non le fornirono ulteriori dettagli. Svuotò la sua agenda e andò all’aeroporto. All’aeroporto Witte fu accolta da alcuni membri dello staff di Williamston. Erano in uniforme ma non avevano altre qualità tipicamente militari. Erano tutti bassi e magrolini. Molti di loro avevano i capelli lunghi. Witte e lo staff si imbarcarono su un aereo privato e decollarono verso il tramonto. Witte si addormentò. Al risveglio l’aereo era già atterrato. Le attaccarono un tesserino identificativo al bavero della giacca. La foto era stata scattata mentre dormiva in volo. Il tesserino le garantiva accesso ad una zona militare di massima sicurezza. Uscì dall’aereo direttamente dentro un hangar senza finestre. Non sapeva che ora fosse, né dove si trovasse, e non fece domande. Witte fu condotta subito all’ufficio di Williamston. Williamston l’accolse con un sorriso ed una stretta di mano ferrea. Era come se l’era immaginato, alto, forte e con i capelli a spazzola. Era bianco, ma la pressione alta lo faceva sembrare rosso. Le vene gli pulsavano sulla fronte. Sembrava che stesse per esplodere. “Prego, si accomodi,” fece Williamston.Williamston spiegò la situazione. Avevano appena messo a punto una nuova arma, una macchina intelligente. Aveva la sua personalità e i suoi pensieri, e avevano perso il controllo della situazione. Witte non capiva il problema. “Forse è meglio che glielo mostri,” disse Williamston, “Mi segua.” Williamston condusse Witte fuori dal suo ufficio attraverso una porta diversa da quella da cui era entrata. Passarono attraverso un corridoio punteggiato da pesanti porte senza finestre. Dietro alcune porte Witte sentiva il rumore molto attutito di persone che parlavano, dietro altre solo il ronzio dei macchinari. L’odore di detergenti chimici era opprimente. Alla fine del corridoio arrivarono ad un varco chiuso da una porta ancora più grande e spessa delle altre. Williamston inserì un codice in una tastiera montata dentro il muro e la porta si aprì al centro, mentre le due metà che la componevano scomparivano nel pavimento. Si trovarono di fronte un gruppo di scienziati in camice bianco dall’aria molto nervosa e alcuni militari in uniforme con la pistola alla cintura. Erano nel panico e urlavano gli uni contro gli altri spingendo bottoni e tirando leve su un pannello di controllo che si estendeva lungo tutto il muro sotto una larga finestra. La finestra dava su una stanza adiacente. Witte si avvicinò al pannello e guardò attraverso la finestra. Vide i giocattoli di un bambino sparsi sul pavimento. Era una stanza dei giochi. Fu allora che vide uno scienziato morto a terra, con le cervella e gli organi interni sparsi a formare un lago più ampio del suo stesso corpo. Il suo camice bianco era rosso di sangue. Witte ebbe un sussulto e si coprì la bocca. Poi si voltò verso Williamston. Lui sorrise con calma e le indicò di voltarsi ancora a guardare la stanza dei giochi. La sua mano rimase sulla bocca e lo sguardo rimase fisso su Williamston. Era sotto shock. Williamston la esortò ancora a voltarsi verso la stanza dei giochi. “Va tutto bene,” disse, “guardi.” Witte tornò a guardare la stanza. Vide il mucchio di giocattoli. Vide il corpo mutilato. Vide una creatura che dormiva in un angoloun adorabile piccolo anatroccolo. L’anatroccolo si alzo e si stiracchiò. Le sue dimensioni, la sua conformazione e le sue movenze fecero venire in mente a Witte un infante umano. Le sue spalle erano come quelle di un essere umano, ma era coperto di morbida peluria gialla. Il suo viso era espressivo come quello di un essere umano, ma aveva il becco di un papero. Era una creatura che non si poteva non adorare all’istante. Witte si innamorò a prima vista. L’istinto prese il controllo dei suoi gesti. Voleva avvicinarsi all’anatroccolo. “Vada. Vada a salutarlo,” disse Williamston. Aprì la porta della stanza dei giochi. Gli altri rimasero senza parole. Indietreggiarono, ma nessuno fece obiezioni. Witte entrò nella stanza dei giochi. L’anatroccolo si avvicinò e dischiuse le ali. Witte prese la creatura tra le braccia. “Si chiama William Jr.,” disse Williamston. “Gli ho dato il mio nome.” Witte strinse a sè l’anatroccolo. “Dovete conoscervi meglio. Torno tra qualche ora,” Williamston uscì dalla stanza dei giochi chiudendo la porta alle sue spalle. Le luci nella stanza del pannello di controllo si spensero. Witte abbassò lo sguardo e si rese conto che stava proprio in mezzo alla pozza di sangue. Si spostò da un lato e scoprì che la stanza dei giochi era molto più che una stanzetta spoglia. Dietro l’angolo c’era un’impressionante distesa di giochi e di cuscini. Era troppo per un solo, piccolo anatroccolo, pensò. Scoprì che c’era un piccolo bagno in fondo alla stanza. “Diamoci una bella pulita,” disse. Witte portò William Jr. nel bagno e lo sistemò su lavandino. “Ma questi piccoli piedini sono tutti sporchi di sangue.” Bagnò un piccolo asciugamano con dell’acqua tiepida e lo usò per togliere il sangue e le frattaglie incrostate nel reticolo della pelle delle zampette. “Lo hai ucciso tu quell’uomo?” chiese Witte. William Jr. alzò lo sguardo verso di lei, indifeso e adorabile. “Ti voio tatto bene,” disse William Jr., con una voce così dolce e innocente che le spezzò il cuore. Lo strinse tra le braccia. “Anche io ti voglio bene, piccolo mio. Mi dispiace di averti fatto quella domanda.” Trattenne a stento le lacrime. Williamston tornò il giorno dopo portando un vassoio dalla mensa. Cercò Witte e William Jr. nel complesso della stanza dei giochi. Alla fine li trovò addormentati dentro un fortino di cuscini. Con delicatezza depose il vassoio accanto a loro e spostò un cuscino dalla sommità del riparo, per vedere meglio. Witte cullava William Jr. stringendoselo al petto. La sua camicietta era aperta e William Jr. le era attaccato al seno. Per svegliarli Williamston mise il piede su un giocattolo di gomma che fischiò sotto la pressione del suo stivale. Witte aprì gli occhi. Si abbottonò la camicietta e uscì delicatamente dal riparo. “Vi ho portato un pasto,” disse Williamston. Witte notò come non avesse specificato quale pasto, cosa che le avrebbe fatto capire l’ora. Sollevò il coperchio del contenitore. Bistecca e uova. Sembrava delizioso. Moriva di fame, ma i suoi pensieri andarono subito a William Jr.
“Non mi sembra cibo adatto ad un infante. Non avete degli omogeneizzati?”Williamston rise. “William Jr. è una macchina. Non ha bisogno di mangiare. Mai.” “Una macchina intelligente,” Witte si ricordò di quello che aveva detto Williamston. “Si sbaglia,” disse Witte. “È vivo. Deve mangiare.” “Giusto, è vivo. Ma è anche una macchina, e non ha bisogno di mangiare.” Williamston distrusse il riparo. Scosse William Jr. per svegliarlo. “Perché mi trovo qui?” chiese Witte. Williamston non rispose alla domanda. Condusse William Jr. tutto assonnato verso la porta della stanza dei giochi. “Mangi. William Jr. deve andare a scuola. Sarà di ritorno tra qualche ora.” Svoltarono l’angolo. Witte sbranò la bistecca e le uova. Non aveva mangiato da quando era partita e non aveva modo di sapere quanto tempo fosse passato da allora. Era da quando era partita che non vedeva il cielo. Non c’erano finestre nella stanza dei giochi e non si era resa conto di quanto tempo aveva dormito. Allora si ricordò del cadavere. Tornò all’ingresso della stanza dei giochi. Il cadavere era scomparso. Tutti i resti umani erano stati accuratamente rimossi e l’opprimente odore dei detergenti chimici era lì a testimoniarlo. Ritornò al riparo di cuscini e si sedette su quello che ne rimaneva. “Quanti giocattoli”, mormorò tra sé e sé. Ora che William Jr. era andato via la realtà di quello che la circondava invase i suoi sensi. Non erano giocattoli normali. Erano mostruosi. Come era possibile, si chiese, che non li avesse notati prima? Ai suoi piedi c’era una scatola accartocciata, di un giocattolo di nome “Lesbica Bruciata Viva”. Lesse sulla scatola“Età: da 3 a 7 anni”. Questo non può essere un vero giocattolo, pensò Witte, anche se la confezione sembrava piuttosto reale. Gettò la scatola e si mise a cercare il giocattolo che aveva contenuto. Lo trovò in quello che rimaneva del riparo dove lei e William Jr. avevano dormito. La pelle della bambola era sagomata come fosse coperta di ferite e di ustioni. Era una cosa disgustosa. Tirò la cordicella sulla schiena della bambola. Mentre si ritirava, la bambola cominciò a parlare: “Se fossi davvero mia amica mi avresti già uccisa.” Witte era scioccata. Gettò via la bambola. C’erano giocattoli ovunque. Cominciò a girarle la testa. Cominciò a ispezionare la stanza dei giochi alla ricerca di un giocattolo che non rappresentasse qualcosa di assurdamente violento o sanguinoso, e non ne trovò nemmeno uno. Giochi da tavola, videocassette con il karaoke, libri, tavolini per il tè, pupazzi, bambole, case di bambole, animali di plastica, macchine telecomandate, pistole ad acqua e così via, tutto aveva un tono strano, orribile, disgustoso. Aveva gli occhi e la bocca pieni di lacrime. Stava per vomitare. Sconvolta, si sedette, poi appoggiò la testa a terra, e si addormentò. Witte dormì un sonno profondo e senza sogni. Si svegliò al rumore della porta della stanza dei giochi che si apriva e poi si richiudeva. William Jr. entrò correndo. Dietro di lui c’era Williamston. “Mammina, mammina,” disse William Jr. “Ciao amore. Ti sei divertito a scuola?” Witte lo prese e se lo mise in grembo. “Mi manchi tu. Ti voio bene,” disse William Jr. Witte rise felice. “Anche io ti voglio bene, tantissimo. Ti voglio tantissimo bene.” Strinse William Jr. forte. “Si sta ambientando velocemente,” disse Williamston. “Molto bene.” Si sedette di fronte a Witte. CONTINUED LA TEORIA SATANICA DELLO SVILUPPO PSICOSESSUALE | 1 | 2 | ![]()
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