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MEDICINAdi Ottessa MoshfeghQuesta storia è nata come una lettera di confessione. Ho vissuto in Cina quando avevo vent’anni, e fino ad ora non avevo mai voluto scriverne. “Medicina” appare qui come un estratto del romanzo che sto scrivendo su quel periodo della mia vita. In Cina, all’angolo della mia via, c’era un uomo che vendeva miele in vecchie bottiglie di Coca, poggiate sopra una scatola piena di api. Vendeva anche palline di miele essiccato. Sapevo che se mai le avessi mangiate, sarei vissuta per sempre. Esistono cose così in Cina: cure magiche. Una primavera, io e il mio ragazzo abbiamo fatto un viaggio nel sudovest. Abbiamo visitato un antico villaggio chiamato Lijiang. All’inizio di una lunga strada abbiamo notato un cartello appeso ad un albero che diceva: “Specialista Erbale, Fama Mondiale, 5 Km”. Abbiamo affittato delle bici e siamo andati. Abbiamo attraversato una valle costeggiata da colline rigogliose di fiori colorati d’oro e rosa neon. Vicino ad una casetta, c’era un cartello dipinto a mano con la scritta: “Dottore”. Siamo scesi dalle bici. Un piccolo signore è venuto alla porta e ci ha fatto cenno di entrare. Si muoveva con grazia misurata e parlava un inglese perfetto. “Queste sono le cartelline con le lettere speditemi dalla gente che si è curata con i miei infusi.” Ha indicato un muro invaso da scaffali pieni zeppi di raccoglitori. “Sentitevi liberi di dare un’occhiata.” Ci ha lasciati lì a sbirciare e lui è andato nel suo laboratorio. Lo vedevamo annusare foglie e mescolare pozioni mettendo un po’ di siero magico nelle provette, con un contagocce di vetro. Ho preso una cartellina da uno scaffale e ho letto la lettera di un dottore di Los Angeles. La lettera diceva che la chemioterapia non era riuscita a curare il suo paziente ma che il cancro alla tiroide era guarito bevendo l’infuso di erbe che aveva portato con sé dalla Cina. Il dottore chiedeva altro infuso e gli dava il suo indirizzo. Dietro alla lettera, tenuto da una graffa, c’era un assegno di cinquecento dollari. Era datato 1989. Tornando, il piccolo signore ha chiuso la porta del laboratorio dietro di sé. “Qui la terra è speciale. Nessuno capisce le cose che crescono in questo luogo. Gli scienziati vengono qui a studiarle. Ma finiscono per tornarsene a casa. Alcune cose bisognerebbe guardarle e basta, si capisce. Ora,” e mi guardò. “Dimmi qual è il problema.” Avrei voluto che il mio ragazzo non fosse lì. “Ho la scoliosi. La sensazione di essere amata non penetra mai. Essere viva è irritante. Non riesco a venire senza pensare ai porno nell’armadio di mio padre. A volte sto male perché scelgo le vie più facili. Credo che nulla sia veramente vero. Ogni cosa mi ferisce.” Mi ha preso il polso e mi ha fissato negli occhi. Poi si è girato verso il mio ragazzo. “E tu?” “Qualche volta,” risponde lui, “Mi viene la dermatite.” “Aspettate qui.” È tornato con due piccole buste di plastica contenenti della polverina. Ha messo la mia in una bustina nera, quella del mio ragazzo in una rossa. “Fatevi un tè. Per la ragazza, non mettere il miele nel tuo. Ecco il mio indirizzo. Se funziona, scrivetemi e ve ne manderò ancora. Niente spesa ora. Ma se volete fare donazione per la manutenzione della terra, potete darmi qualcosa adesso.” Gli abbiamo dato 200 Kuai. Non ho mai bevuto quel tè. In un’altra occasione, verso la fine della mia estate a Wuhan, sono andata a farmi fare un massaggio ai piedi. Ero depressa quel giorno, con i postumi, e mi mancava il mio ragazzo. La cosa migliore, dopo l’amore, era un massaggio ai piedi. Allora mi sono diretta in uno dei centri estetici più costosi, vicino al lago, nei pressi della grande università. Ho chiesto una silenziosa stanza privata al piano superiore, con una comoda sedia e un telecomando coperto di plastica. Ho ordinato tè e uva, che mi sono stati serviti da un’adolescente in lungo abito tradizionale di seta, con uno spacco fino al lato del culo. Mi sentivo davvero eccitata e sollevata. La città era così calda e sporca quell’estate. Poi è entrato un signore in completo. Si è tolto la giacca e ha mescolato l’acqua che bolliva in una teiera di legno. Mi si è presentato come dottore e mi ha dato il suo biglietto da visita. Esperto in medicina cinese. Ero in buone mani. Ha versato delle medicine magiche nell’acqua bollente dove poi ho messo i piedi. Indossavo una gonna. Ha immerso i piedi con attenzione, poi li ha tirati fuori e li ha asciugati, ha messo della crema, li ha poggiati e massaggiati, poi li ha avvolti in asciugamani di seta, li ha appoggiati, poi li ha scoperti, poi li ha immersi e poi ha continuato a massaggiarli ancora e ancora. Poi ha lavorato sui polpacci. Ero in paradiso. È arrivato alle mie ginocchia ed era lavoro faticoso, difficile. Si è spostato verso il sottocoscia, lì ero molto legata, avevo un male tremendo. È salito sopra la cosce e ho iniziato a sudare. Mi ha guardato in faccia. Temevo potesse arrivare nelle mutandine, era molto in alto. Mi ha tirato su la gonna fin sopra i fianchi e li ha massaggiati, provate a immaginarlo. Era praticamente sotto le mutandine, lì. Poi si è spostato verso l’interno coscia. Pesavo circa 45 kg allora e lui riusciva a tenere la mia coscia tra le mani, premendo forte le dita sulla pelle, spostando la mia carne con indubbia esperienza. Si è spinto sempre più su, fino all’inizio delle mutandine. Ero sudata. L’ho guardato. Quello che stava facendo era chiaramente una cosa seria. Ho deciso di fregarmene e distrarmi con la tv. Ho preso il telecomando. Lui ha continuato e infine le ha raggiunte, ci ha sfregato le dita sopra, capisci cosa sto dicendo? È andato avanti così per un paio di minuti. Poi ha usato una mano sola e con l’altra mi ha poggiato un panno umido sulla fronte. Quella stessa mano è finita quindi sulla mia bocca. Avrei raccontato questa storia al mio ragazzo, più tardi, in un modo che avrebbe fatto sembrare il tutto come un semplice malinteso. Ma non è andata così. Mi sono adagiata meglio sulla sedia. Si è infilato sotto le mutandine, e mi sono appoggiata su di lui. Gli baciavo il braccio. Ha posato la mia faccia contro il suo cuore. ![]()
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