Illustrazione di Giorgio di Salvo

IL FUOCO - PARTE 1

di Tommaso Landolfi

INTRODUZIONE DI IDOLINA LANDOLFI

Il fuoco è una novella della prima stagione landolfiana, uscita nel “Messaggero” il 23 marzo 1940 e confluita nella raccolta La spada, pubblicata dall’editore fiorentino Vallecchi nel 1942. Nato a Pico, allora in provincia di Caserta, nel 1908, e morto vicino Roma nel 1979, Landolfi ha condotto vita schiva ed appartata, se si escludono gli anni universitari a Firenze, dove si laurea in letteratura russa, e quelli che vedono la sua collaborazione alle riviste fiorentine e romane degli anni Trenta e Quaranta, “Letteratura”, “Campo di Marte”, “Oggi”, “Il Mondo” negli anni Cinquanta. Traduttore magistrale dal russo, dal tedesco e dal francese, e grande sperimentatore di generi, nella sua vasta produzione si annoverano raccolte novellistiche, romanzi, sillogi poetiche, pièces teatrali, raccolte di articoli critici.

Considerato da subito un classico del Novecento, ha però incontrato il cosiddetto ‘grande pubblico’ con fatica, penalizzato sia dal suo mantenersi al di fuori da ogni camarilla letteraria, sia dal pregiudizio corrente (corrente in primo luogo tra i suoi editori medesimi) che lo voleva scrittore difficile, non destinato ad un successo commerciale. Ma nell’ultimo quindicennio, con la pubblicazione di tutte le opere presso Rizzoli, a mia cura, il moltiplicarsi degli adattamenti teatrali e cinematografici dalle sue opere, delle traduzioni all’estero eccetera; ed infine con la nascita, nel 1996, del Centro Studi Landolfiani www.tommasolandolfi.net, da me presieduto, che si occupa di diffonderne la conoscenza a diversi livelli, universitario e tra i normali lettori, con organizzazione di giornate di studio, convegni e mostre e la pubblicazione di un fascicolo annuale, il Diario perpetuo, la situazione si è completamente ribaltata.


Avevo scelto per quella notte di Natale un enorme ciocco con una grossa nocchia, o gobba, rotonda, ma un poco appuntita in avanti. Insomma io m’avvidi subito che la nocchia era un muso, o forse un’intiera testa, sebbene mostruosa; d’orso, chissà, o d’altro spietato animale. Poggiato sulla pietra del focolare, il ciocco vi pareva confitto, quasi cioè la gigantesca creatura vi fosse imprigionata fino alle spalle, mostrando solo il sommo di queste ed il capo.

Ma la donna, poggiando la guancia sulla mia spalla, diceva: “Ecco ormai la mia casa, ecco il mio fuoco; siimi benigno, spirito di questi luoghi, e tu, spirito di questo focolare, che hai in custodia il mio amato. Fa’ ch’egli mi sia fedele, non vi sia posto per altre angosce se non quelle che gli verranno da me, nel suo animo; ma, meglio, fa’ che noi siamo eternamente felici, che trascorriamo in mai turbata pace il nostro tempo accanto ai tuoi capelli di fiamma, nello sguardo confidente dei tuoi occhi di bragia; noi e i nostri figli, ora e dopo l’ora della nostra morte”.

Queste ed altre cose disse la donna, e si tacque; e ascoltavamo intenti il fuoco, quasi la sua voce meglio ci unisse della nostra. Io stesso in ciò m’ingannai.

Pacifico è il fuoco, e parla con familiare borbottio, sebbene pochi intendano la sua molteplice lingua. È ingenuo o severo, nenia come un fanciullo o trasmette gravi messaggi; paesi ardenti, paesi smorti figura; creature celesti e terrestri s’agitano o immobili guatano dalle sue viscere; occhi dilatati, occhi velati di palpebre ci fissano dal suo cuore. Ma se anche, obbedendo alla sua libera natura, leva talvolta guizzi viperini, sibila come vento, ruglia come tempesta, e par quasi scuotere la criniera; nondimeno anche allora è un genio benigno.

Così parlano del fuoco, e tale io ancora lo credevo. Ma lo vidi quella notte adirato; aveva egli contesto un sinistro paesaggio (come colpito dal raggio di lune sanguigne e bruciate), e fremeva, balzava, avventava le sue lingue sempre più in alto mugolando e ringhiando. Voleva, certo, dirci qualcosa che non intendevamo distintamente, e per questo era in furia; il suo linguaggio divino era prossimo a tramutarsi nel nostro, miseramente articolato.

Mi volsi sgomento alla mia compagna; ella taceva sempre, guardando il fuoco con occhi ardenti, il mostro confitto nella pietra. Mi avvidi allora d’improvviso che non era d’orso quel capo, ma della mia, della nostra stessa specie, per quanto immane; la vampa ne aveva scavate le guance e modellato tutto il volto. La vasta creatura prigione si svelava; con ardore cupo negli occhi, di fra gli ultimi veli di fiamma, essa guardava la donna che la guardava fissamente.


CONTINUED:
IL FUOCO
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COMMENTI










Freaking sucks but this is even worse. It’s a dance sculpture from within called “desperate” that is making all the other women in the room embarrassed to own vaginas.
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For Spanish tourists in New York, every single shitty boring square inch of sidewalk is “super fantastic.” Can you imagine how hard their minds would be blown if it was actually still fun here?
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