DOS & DON'TS










Illustrazione di Milano Chow


Vice: Come è la tua routine di scrittore?
Pira:
Cerco di condurre una vita avventurosa, bevendo birra.

Ti piace l’atto dello scrivere?
Vorrei fare lo scrittore tutta la vita perchè gli scrittori bevono un sacco di caffè e stanno svegli di notte facendo gli scrittori.

Preferisci fare i fumetti o scrivere?
Mi piace scrivere perchè per fare i fumetti bisogna fare un sacco di disegnini, e talvolta è un compito lungo e difficile. E’un bel gesto nei confronti di chi legge, che così non deve impegnarsi a immaginare tutto quanto da solo. Un mio amico leggendo un libro si è slogato
il cervello per immaginarsi tutte le cose che c’erano scritte, e adesso è diventato stupido. Perciò ho pensato che era meglio fare fumetti, ma non si ha sempre la possibilità di essere così premurosi nei confronti del prossimo.




ravamo in una stanza a Guazzorra. Dall’altra parte della scrivania, osservai lui mentre si sedeva sulla poltrona di pelle. Era la mia stanza.

Fuori la pioggia era piscio caldo sull’asfalto. Accesi il ventilatore. Il soffio d’aria torrida servì solo a smuovere i capelli di Winciberg, che si incastrava a disagio nella poltrona, troppo piccola per la sua ragguardevole stazza. Il vestito non si accompagnava alla sua faccia: aveva l’aria di un buzzurro al quale erano capitati troppi soldi per le mani. Mi accesi una sigaretta.

Winciberg la buttò sul generico. “Questa dannata pioggia non rinfresca certo il clima”.

“Suppongo che non siamo qui per parlare di questo”, dissi.

In tutta risposta, lui estrasse un gigantesco portafoglio dalla tasca posteriore dei suoi pantaloni. Il frusciare delle banconote era una gradevole musica, mentre lui ne faceva un ventaglio e lo appoggiava sulla mia scrivania. Mi accesi una sigaretta.

“Ho chiuso l’attività”, dissi. “Me lo ha consigliato il dottore, dopo aver parlato con il mio fegato.”

“Mi manda Plafoniera Williams. Secondo lui sei sempre in forma.”

“Plafoniera, quel mattacchione. Come se la passa?”. Plafoniera Williams era un mio vecchio collega, ai tempi della squadra omicidi. Un tipo perbene, ma anche un inguaribile ottimista.

“Ancora non ci siamo” rispose Winciberg, accendendosi una sigaretta. Estrasse altri bigliettoni verdi da un altro portafoglio, più grande del primo, che si trovava in un’altra e più capiente tasca posteriore. Il secondo ventaglio che appoggiò sulla scrivania mi fece sentire più a mio agio.

“Mi segue meglio, ora?” disse lui, ripnendo il gigantesco portafoglio nel suo impermeabile.

“Credo di si.”

“Bene. Che cosa sa di me?”

Estrassi un taccuino da un cassetto della scrivania, e mi accesi una sigaretta. Lessi ad alta voce.

“Winciberg Shuffle, o Winciberg Nano Plus, ex camionista, ex commerciante di bovini ammaestrati. Pochi legami, tanti muscoli. Pizzicato per aver fatto un passo falso, lascia la città e si trasferisce sull’altra costa. Trova lavoro presso una piantagione di Raudi a Montariolo, zappa duro e riesce a prendersene una per conto suo. Se la passa già discretamente quando scoppia il boom del petrolio a Montariolo. Si arricchisce. Compra altri lotti, perde buona parte del capitale giocando a Briscola, si dedica senza grande interesse al Freesbee. Alto un metro e novantadue, centoquindici chili. Nessuna moglie, una figlia. Un paio di denunce pendenti per esplosioni di Raudi in contesti disdicevoli, probabilmente un tentativo di incastrarlo.”

“Niente male.” disse, accedendosi una sigaretta. “Dove li trova quei bei blocchetti?”

“Alla Coop, ho amici là,” risposi “E questi bei fogli verdi invece? Cosa succede se me li prendo?”

Lui trasse fuori dalla tasca un enorme biglietto da visita in legno intarsiato. Me lo porse, insieme a un paio di foto. Mi accesi una sigaretta.

“Bulldozer Flanagan, rivenditore di matite di lusso”, lessi dal biglietto, “Lo conosco. Una copertura. E la pupa qui in foto chi sarebbe?”

“Mia figlia. Flanagan le ronza un po’ troppo intorno, e non mi piace. E’ un vecchio balordo. Me lo levi di torno”, disse lui, e si accese una sigaretta.

“Bene. Non mi serve sapere altro”, dissi, afferrando le banconote. “Queste le considero un acconto.”

Gli porsi il biglietto da visita, e lui fece per afferrarlo. Le otto sigarette accese che teneva nella sua mano destra non gli facilitarono il compito. Prese fuoco velocemente: il suo impermeabile, nonostante il taglio alla moda, rimaneva pur sempre infiammabile. Gli porsi un estintore ed uscii pensieroso. Sembrava tutto troppo lineare, e questa sensazione, mi ha insegnato l’esperienza, è sempre un pessimo presagio.

Mi misi il cappello ed attraversai la strada sotto la pioggia, per infilarmi nella mia vecchia Buick. Pioveva anche lì dentro, e fui costretto a mettere i piedi nella pozzanghera dentro alla quale si trovavano il freno, la frizione e l’acceleratore.

Pochi minuti dopo mi parcheggiavo davanti alla bottega di Flanagan. Spensi la macchina e mi preparai un drink, chiedendomi se Winciberg avesse idea del genere di affari che Bulldozer Flanagan svolgesse lì dentro. Vendeva matite, sì, ma le vendeva a caro prezzo, a gente che con le matite ci scrive—gente che le matite le usa per davvero.

Non ebbi tempo di finire il secondo drink, e Flanagan uscì dal negozio, senza cappello. Salì su di una vecchia Cadillac. Lo seguii a debita distanza fino a una zona residenziale su una collina appena fuori città. Trovai un parcheggio discreto e dotato di una buona visuale, e mi accesi una sigaretta. Flanagan si parcheggiò davanti a una villa e vi entrò.

Cominciò a piovere più forte, e maledissi il giorno in cui avevo deciso di comprare quella bagnarola decappottabile. Alzai la capote per evitare di annacquare il Bourbon, e mi sentii un po’ meglio. Per mezzora non passarono altre automobili. Era una zona tranquilla quella, e ricca.

La prima macchina che passò si fermò davanti alla casa di Flanagan. Ne scese una ragazza, alta e dalle forme avvenenti: era la figlia di Winciberg, per quanto potei capire in quei pochi istanti che ci impiegò per infilarsi nell’ingresso della villa. Rimasi in ascolto. Oltre il rumore della pioggia, niente. Poi, tre colpi in rapida successione. Finii in fretta un paio di drinks, mi accesi una sigaretta e mi precipitai verso la villa. Tentai di sfondare il muro con la testa, ma mi servì soltanto a constatare la solidità della costruzione. Non mi rimaneva altro che entrare dalla porta, che trovai aperta. Era buio pesto e non vedevo nulla, ma ero sicuro, più che sicuro, che lì dentro c’era la morte.

Trovai un interruttore e accesi la luce. La stanza era arredata all’antica, non senza un certo gusto, con grosse librerie che contenevano perlopiù matite d’epoca dentro portamatite in alabastro. In una poltrona di pelle sedeva la ragazza, completamente nuda, fatta eccezione per delle inconsuete mutande fatte di Lego Technic. Composta, respirava lentamente e guardava dritto di fronte a sé con gli occhi a mezz’asta. Non sembrò accorgersi della mia presenza. Di fronte a lei giaceva Flanagan, coricato a braccia aperte, nudo, con lo sguardo fisso sul soffitto. A occhio e croce, nessuno dei tre colpi l’aveva mancato. Erano i tre colpi che avevo sentito da fuori, che dovevano sicuramente essere una sottolineatura spiritosa che qualcun altro aveva voluto dare alla situazione. Di quel qualcun altro nessuna traccia. Non c’era tempo per chiedersi quali sozze faccende si stessero svolgendo lì dentro. Andai verso la ragazza, che mi guardava con la testa ciondolante. I suoi vestiti erano di fianco ad un vassoio con su due bicchieri di cristallo, contenenti un cocktail che non avevo mai provato, ma che si doveva adattare bene al contegno di lei. Ci misi un po’ a vestirla, e quando riuscii a metterla in piedi sembrava divertita dal fatto di non essere più capace a camminare.

Salii in macchina, appoggiando la figlia di Winciberg sul posto del passeggero. Mi accesi una sigaretta. C’era puzza di scandalo, non potevo ancora avvisare la polizia. Ma c’era anche odore di pericolo, dovevo mettere la ragazza al sicuro e lei in quel momento non era certo in grado di badare a sè. Le scostai la testa dalla leva del cambio, che nel frattempo stava cercando di ingoiare, e misi in moto.

Guidare nella pioggia mi aiutò a riordinare le idee. Percorsi la lunga striscia di asfalto bagnato, che si snodava per le colline fino alla città, e mi diressi senza esitare verso l’ufficio di Plafoniera Williams. Passando sul ponte della quinta strada, gettai la ragazza nel fiume. Lì sarebbe stata al sicuro per un pochino.

Trovai Plafoniera Williams intento nella contemplazione di una parete, seduto dietro a una scrivania sulla quale non c’era altro che il suo piede sinistro.

“Ciao, vecchio”, mi salutò, “Allora? Come Andiamo con quel Winciberg? So che è passato dalle tue parti a prendersi un tè.”

“Simpatico. Matto come un orso ballerino.”

“A proposito, hanno appena trovato la sua macchina parcheggiata poco fuori dal molo, nell’acqua”

“Originale anche nei posteggi, a quanto pare”, soggiunsi, accendendomi una sigaretta.

“Già. Ah, dimenticavo! C’è anche lui dentro. Ha fatto colazione con sabbia e acqua salata”.

Plafoniera Williams spostò lo sguardo su di me, si accese una sigaretta, e attaccò a masticare una di quelle caramelle alla plafoniera alle quali doveva il suo soprannome. Sospirai, e mi accesi una sigaretta. Plafoniera si alzò e andò con passo stanco verso l’attaccapanni, dal quale prese il cappello e il suo piede destro. “Vado a fare un giro là. Non vieni?”, chiese, di spalle davanti all’uscita.

“Troppa pioggia. Se non ti dispiace, aspetto qui.”

“Come vuoi”, e chiuse la porta dietro di sé.

Mi ero appena servito il primo drink, quando entrò la figlia di Winciberg. Aveva avuto il tempo di cambiarsi, e si era messa provocante.

“Ti sono grata per prima, e non so come ringraziarti”, disse con voce suadente. Mi passò davanti, le sue forme vestite la facevano sembrare più nuda quanto l’avessi vista prima. Si servì un drink in un enorme vaso, che bevve tutto d’un fiato. Poi si sedette sul bracciolo della poltrona, di fianco a me. Potevo sentire il suo seno nudo sulla mia spalla, attraverso il gore-tex.

“Davvero non so come ringraziarti”, ripeté, accarezzandomi la spalla.

Mi alzai e passai ancora uno sguardo sulle sue curve. Un senso di amarezza mi colse, ormai consapevole del fatto che qualcuno stava cercando di incastrarmi.

La presi a schiaffi con freddezza. Esplose in mille pezzi. Guardai desolato le sue interiora sparse per lo studio, e uscii.

Un grosso grosso brutto affare, pensai, camminando nella pioggia.

Mi sentivo stanco, misantropo, e balaustra.

PIRA


Quant’è che scrivi?

Mi hanno insegnato alle scuole elementari, quando avevo circa sei anni.

Come hai iniziato?

Un giorno stavo passeggiando in un bosco e ho capito che dovevo scrivere romanzi avventurosi.

Perché scrivi?

Principalmente per poter andare in giro e dire, sai, sto scrivendo un romanzo.

Qual’è il tuo scrittore preferito al momento?

Robert Louis Stevenson

Cosa stai leggendo in questo periodo?

“I mondi del rabdomante”, Manfred B. Hartmann

Hai fatto ricerca per questo pezzo?

Dato il proposito di scrivere un giallo, avevo intenzione di compiere un efferato omicidio, ma purtroppo non ci sono riuscito.