
ono Gloria. Per caso hai visto due grossi ragni?” Gloria, si vedeva, allevava ragni. Aveva sempre pensato che fossero i maschi a collezionare creature esotiche per rendere se stessi più interessanti o per sentirsi più potenti perché possedevano una delle cinque rane con la corazza al mondo sotto il proprio letto, come un ragazzo le aveva raccontato in un pub.
Indicò a Gloria i ragni schiacciati. “Kelvin. Melvin,” Gloria aveva esclamato con tono funebre. “Li lascio uscire per fare esercizio,” aveva spiegato quando le era stato chiesto perché erano scappati. L’odio nello sguardo che Gloria le aveva lanciato era abbastanza sproporzionato e ingiustificato e i rapporti non migliorarono mai.
“Hanno cambiato la serratura?’ chiese. “Abito al secondo piano e non riesco ad entrare.”
“Nessuno ha cambiato niente.” Insisteva la voce maschile.
“Potrebbe gentilmente farmi entrare?”
“Non so chi sei.” E si sentì il clack del citofono che poneva bruscamente fine alla discussione. Schiacciò altri pulsanti, senza ottenere risposta. Nell’oscurità poteva vedere dalle etichette sul citofono che i nomi erano diversi, ma non distingueva le lettere. Non sapeva che fare. Aspettare che qualcuno entrasse o uscisse? Chiamare un fabbro? Faceva freddo.
Mentre era lì sotto, diede un’ occhiata verso il suo appartamento e vide una donna alla finestra che la guardava. Era scioccata, non sapeva come reagire. Era una donna di mezza età, non aveva l’aspetto da ladra, ma da malata mentale sì. Era senza espressione e, dopo averla osservata per un po’, si era ritratta verso l’interno dell’appartamento.
Decise di citofonarle: “Chi sei?”
“Scusi?”
“Cosa ci fai nel mio appartamento?”
“Non so chi stia cercando, ma questo è l’appartamento del secondo piano.’
“Lo so. Ci vivo da sette anni.”
“No. Io ci vivo da sette anni.”
“Se non mi fa entrare chiamo la polizia.”
“Se non te ne vai chiamo la polizia.”
“Adesso è troppo.”
“Si è troppo. Se l’appartamento è tuo perché io sono qui e tu sei lì sotto?” Un altro clack del citofono.
Cos’era, uno scherzo ben congegnato? Qualche diavoleria della televisione? Diede uno sguardo in giro per vedere di stanare qualche burlone nascosto. Se era uno scherzo, la vendetta sarebbe stata tremenda. Prese il telefono dalla borsa ma, per completare il tutto, non funzionava. Piena di rabbia, corse verso la cabina del telefono più vicina per chiamare la polizia. Dopo aver aspettato un po’, si ritrovò a spiegare che qualcuno si trovava nel suo appartamento. Poi si mise a passeggiare per il vialetto nervosamente scavalcando il tubo arancione che era lì da mesi, e che lì sarebbe stato per altri mesi ancora. A un certo punto passò una macchina della polizia a sirene spiegate senza fermarsi. Pochi minuti dopo, tornò indietro per fermarsi proprio davanti al suo ingresso.
Uscirono dalla macchina due poliziotti che esibivano la cautela tipica dei poliziotti quando pensano che qualcuno possa sparargli. Una era una poliziotta che doveva essere il risultato di qualche piano di pari opportunità, bassa, tozza e con uno sguardo che tradiva incredulità per essere stata assunta. L’altro era uno spilungone veterano a cui lei rispiegò tutta la situazione. La polizia fece scendere la signora. Si chiamava Mrs. Gardiner. Il suo nome era scritto sul campanello. La signora Gardiner esibì prontamente le ricevute delle bollette che testimoniavano il fatto che lei vivesse lì. Il misterioso uomo del pianterreno testimoniò che la Gardiner abitava da anni in quella casa.
Salirono suil biliardo di Rolf era sparito-dove la sua affermazione che i tappeti erano rossi venne smentita. L’appartamento era stato totalmente imbiancato e riarredato.
Le fu chiesta una prova del fatto che fosse casa sua. Era sicura di avere una lettera della banca in borsa, ma era sparita. Mrs. Gardiner ora la guardava con la compassione che si riserva ai malati mentali che hanno appena fatto qualcosa di terribile a se stessi. Il poliziotto non avrebbe potuto essere più compassionevole come vide le lacrime sul suo volto.
‘Vorrei aiutarla,” disse. “Ma lo vedi anche tu. Questa signora ha le prove del suo domicilio. Tu no. Le tue chiavi non entrano nella serratura. I vicini affermano di non averti mai vista. Per caso sei sotto medicinali?”
Il commento di Mrs Gardiner fu: “Ha bisogno di aiuto.”
La rabbia e l’impotenza la costrinsero ad andarsene. Non riusciva a sostenere il modo in cui la guardavano. Non sapeva che fare. Camminò fino all’edicola più vicina di proprietà di una signora asiatica che era sempre gentile con lei.
“Lei sa chi sono, vero?”
“Certo,” replicò l’edicolante, ma presto si rese conto che avrebbe detto la stessa cosa a chiunque.
“Lo sa cosa sta succedendo in fondo alla strada?”
“Cosa sta succedendo? Succede sempre qualcosa laggiù.”
Iniziò a camminare meccanicamente verso la metropolitana. Doveva affrontare il suo nuovo domani. Stare da qualcuno stanotte e domani provare a risolvere tutto, ma nessuno dei suoi amici abitava in zona. Provò a richiamare: il suo telefono continuava a non funzionare. Si fermò all’unica cabina e provò coi suoi amici. Il primo tentativo andò a vuoto. Poi chiamò Don, ovvero l’ultima persona sul cui divano avrebbe dormito, ma rispose un’ altra voce.
“Posso parlare con Don?”
“Hai sbagliato numero.”
Rifece il numero, molto lentamente per non sbagliare, ma rispose di nuovo quella voce. Riprese la metro verso Victoria e entrò nel primo hotel economico decente. Voleva solo riposarsi. Il receptionist passò la carta di credito e le annunciò che non era valida. Aveva in tasca non più di qualche sterlina, quindi andò al bancomat all’angolo, e dopo aver provato tre volte, il bancomat le ritirò la carta.
Erano ormai le 11 e si accorse di quanto puzzava. Fece un altro giro di telefonate. I numeri non erano validi, non rispondeva nessuno, oppure rispondeva una voce estranea. Alla fine, decise di tornare in ufficio sperando di poter trascorrere lì la notte, ma quando la sua chiave non entrò nella serratura non si sorprese più di tanto.
C’era un’ultima chiamata da fare, quella che la terrorizzava di più. Quando una voce estranea rispose al numero dei suoi, capii che anche loro se ne erano andati.
Prese l’ultimo treno per Brixton, e nel corridoio fra i due binari, crollò e inizio a piangere.
TIBOR FISCHER
Allora, cosa succede alla protagonista?
Non ho intenzione di spiegarlo. Si possono dare un paio di indizi su un romanzo, ma se spieghi un racconto corto, non rimane nulla.
Dai dimmelo, non lo metto neanche nella rivista.
No…
Ma tu hai idea di cosa le succeda?
Si, ce l’ho.
Ugh. Tu odi Londra quanto la odia la protagonista di questa storia?
Abbastanza. Cioè, ho vissuto a Londra la maggior parte della mia vita. Ora sono stanco di viverci. E’ diventata quasi la capitale dell’Europa, che è una gran cosa nel senso che è molto viva, e ci trovi tutto, ma c’è anche troppa gente. Ora passo la maggior parte del mio tempo a Budapest o in altre città all’estero.
RAGNI MESSICANI SCHIACCIATI | 1 | 2 |