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Ho studiato storia a Trieste. Durante l’università ho cominciato a lavorare in ambito doposcolastico, è l’ho subito amato. Mi piace combinare didattica e pedagogia. Con i ragazzi del Dijaski Dom non parliamo solo dei compiti di italiano o geografia. Con i ragazzi posso parlare di tutto, aiutarli con i loro problemi. Questo lavoro ha orizzonti molto più larghi dell’insegnamento scolastico: con i miei ragazzi parlo di death metal e punk rock. Un insegnante di storia non può parlare dei Clash. Qui i ragazzi sono tutti bilingue. Ci si confronta con ragazzi che parlano tutte le lingue, se uno abita a Trieste e uno a Buna o Pula o Capo D’Istria, se si parlano in italiano, croato o sloveno o incroci di queste lingue alla fine si assomigliano tutti. Tutti i ragazzi del mondo hanno gli stessi problemi. Certo, i ragazzi che vengono dall’Istria hanno bisogno di molto sostegno. Più dei ragazzi che vivono qui: per loro è spesso la prima volta via da casa, in un paese diverso. Nella mia giornata tipo inizio a lavorare alle due. Fino alle tre parlo con i ragazzi appena arrivati, cerco di assicurarmi che stiano tutti bene. Spesso i ragazzi scappati di casa in Slovenia o in Serbia, o i ragazzi italiani che vengono dall’Istria hanno problemi di ambientamento. Io cerco di aiutarli. Si lavora sodo, cercando di non farli scivolare verso l’apatia. I ragazzi sloveni invece hanno problemi diversi: devono combattere tutti i giorni contro lo sciovinismo culturale. A lungo andare finisce che i ragazzi più sensibili nascondono la loro cultura, iniziano ad atteggiarsi da italiani, cambiano il nome. É difficile quando ogni giorno ti senti dire che non puoi parlare la tua lingua, o, “Tornatene in Slovenia, sciavo!” Però alla fine tutti i ragazzi del mondo hanno gli stessi problemi. Un ragazzo sloveno di Trieste è uguale a uno di Roma o di Milano: si preoccupano del mondo degli adulti, dei genitori, della pressione di riuscire, del sesso, la crescita. Il problema principale per noi qui è l’alcolismo. Io stesso ho fatto una scelta, e non bevo da tre anni. Era un mio problema. Già a Trieste si beve tanto, poi gli Slavi bevono tanto già di per se, basta vedere i Croati, o gli stessi Russi. L’alcol è parte integrante della società. Per combattere questo problema noi alle mense non serviamo vino. Non lo beviamo neanche noi educatori. Non si educa con quello che si dice, ma quello che si fa. Serve l’esempio. Molti adulti questo non lo capiscono. E per questo i ragazzi li considerano falsi, ipocriti. Non ci si può fidare di chi dice una cosa e ne fa un altra. IZTOK PECAR |
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