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Dal 1998 è entrata in vigore, promossa dal Consiglio d’Europa, la “Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali” che prevede il riconoscimento “ad ogni persona appartenente ad una minoranza nazionale del diritto di utilizzare liberamente e senza intralci la propria lingua minoritaria in privato ed anche in pubblico, oralmente e per iscritto”. Sulla sede del consiglio regionale a Trieste, la scritta “Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia” compare in quattro lingue: italiano, friulano, sloveno e tedesco. Questo è il retaggio di una storia complessa di questo territorio e di una sua ricchezza linguistica, culturale e religiosa, che affonda le sue radici nell’Impero Austro-Ungarico, presente fino al 1866 in una parte del territorio e fino al 1918 nel resto della regione. L’Impero Austro-Ungarico riconobbe il plurilinguismo delle sue popolazioni realizzando nei propri territori istituti scolastici nelle maggiori lingue parlate. Nel Friuli Venezia Giulia, ma in particolare nelle provincia di Trieste e di Gorizia, rimaste fino alla fine della 1°guerra mondiale sotto la giurisdizione dell’Impero Austro-Ungarico, erano presenti molte scuole di lingua slovena. Gli attuali ragazzi e ragazze sloveni di queste province possono aver avuto dei bisnonni che già allora frequentavano le scuole elementari di lingua slovena. Ma dopo la fine della 1°guerra mondiale e con l’avvento del fascismo tutte le scuole di lingua slovena, così come le istituzioni, circoli culturali, sportivi e tutti i giornali, furono distrutti o soppressi. Iniziarono una brutale opera di snazionalizzazione forzata che portò anche al cambiamento d’ufficio dei cognomi sloveni e croati italianizzandoli nel significato o nella grafia (da Vodopivec a Bevilacqua, da Jelen a Gelini, da Kralj e Carli…). Tutto questo nell’intento della totale distruzione dell’identità personale, creando anche gravi problemi famigliari quando a componenti della stessa famiglia, fratelli e sorelle, furono affibbiati cognomi differenti. Lo stesso avvenne per i cognomi tedeschi e friulani. Ma con il memorandum di Londra (1954), la comunità internazionale riconobbe il diritto ai cittadini di lingua slovena del Friuli Venezia Giulia, così come ai cittadini di lingua italiana dell’Istria (allora Jugoslavia) di avere scuole pubbliche nella propria lingua. Con le Leggi 482 del 1999 (minoranze linguistiche storiche) e 38 del 2001 (minoranza slovena in Italia) lo stato italiano, dopo soli 50 anni, ha attuato con leggi specifiche quanto previsto dall’articolo 6 della Costituzione italiana e quanto previsto dal Consiglio d’Europa con la citata “Convenzione quadro” e con la carta delle lingue minoritarie. Quello che però è scritto nelle leggi va attuato soprattutto con la partecipazione di tutti i cittadini e con una mentalità aperta alla cultura plurilingue. Questo vale soprattutto in un’epoca di globalizzazione che ci porta a confrontarci non solo tra di noi, che da secoli e generazioni siamo insediati in un territorio plurilingue, ma a confrontarci con i nuovi popoli che avviciniamo e che ci avvicinano. In questo sta la ricchezza delle nostre terre: di avere già in casa la possibilità di conoscere e di far vivere più lingue e più culture. MARTINA KOSMINA |
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