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Gorazd, il direttore del Dijaski Dom Srecko Kosovel. Foto di Erika Rossi.





Io sono sloveno. È chiaro. I miei figli però sono un quarto istriani. Ma io spiegherò ai miei figli tutto sull’Italia, e sulla Dalmazia, e sulla Slovenia. Se ci pensi bene, la nazionalità è una cosa inventata 150 anni fa per fare meglio le guerre.

I Dijaski Dom sono case per gli studenti, per il doposcuola. Molti ragazzi dormono qui, alcuni stanno qui di giorno e poi vanno a casa, altri vanno a casa solo per il fine settimana. In Iugoslavia c’erano dijaski dom per tutto il paese, era un circuito che riuniva tutta la Iugoslavia, ma anche la carinzia e il triestino. Questo circuito esiste ancora, anche se adesso è più frammentato. Ci vediamo spesso per organizzare tornei di pallacanestro, di calcio, e per fare gite. La maggior parte delle nostre gite le facciamo in Slovenia, e a volte in Croazia. Fanno parte del circuito anche i russi lituani, i polacchi e ragazzi sloveni. È importante per noi dare la possibilità ai ragazzi di vivere la loro lingua attivamente, non solo di sentirla a scuola e poi guardare la televisione in italiano. È anche per questo che cerchiamo di dare il massimo supporto alle famiglie. È una decisione molto difficile, che avrà ripercussioni sulla vita dei tuoi figli, e spesso anche nei tuoi rapporti con loro, soprattutto nel caso di famiglie miste, dove magari un genitore non parla una parola di sloveno.

Un tempo a Trieste c’erano 80,000 sloveni, adesso molti si sono fusi alla società italiana o si sono sposati fuori dalla minoranza. Intorno al 1880 c’erano più sloveni a Trieste che a Lubjana. Purtoppo i molti ragazzi sloveni che vivono qui non sono pienamente bilingue. Ciò vorrebbe dire che sono capaci di pensare in tutte e due le lingue, e da queste parti è dura trovare ragazzi così. Per esempio, se un ragazzo deve sapere 500 parole per sapere bene una lingua, e magari ne sa 350 in sloveno e 350 in italiano questo vuol dire che si, ne sa 700, ma non ne sa abbastanza in una delle due lingue per poter affermare di conoscerla bene.

Srecko Kosovel, che da il nome alla nostra dijaski dom, è un poeta sloveno originario del Carso, uno dei maggiori poeti d’inizio secolo. Anche se in Italia fatichi a trovare i suoi libri. Persino qui a Trieste.

Qui le scuole italiane non insegnano lo sloveno. Ma le scuole slovene insegnano l’italiano, ovviamente. Però in Alto Adige è diverso. Certo, lì i tedeschi sono una maggioranza, qui siamo una minoranza. Dovrebbe essere una decisione logica, dettata dai numeri, ma secondo me c’è dell’altro dietro. Per esempio, quando la Slovenia è entrata in Europa, a Trieste non hanno fatto neanche i complimenti, niente, nessuna festa, neanche una parola. Ti sembra possibile?

C’è una crisi d’identità fra i giovani, quando ancora rischiano di prendersi le sberle se parlano in sloveno, però poi vanno di là e si sentono dire “Ehi, guarda gli italiani”. Comunque qui il problema è più serio di quanto sembri. Vai a parlare con la gente di Trieste, ti diranno tutti, “Mia nonna parlava sloveno”, ma mai “Mia nonna era slovena.” Invece se hanno un nonno americano te lo rinfacciano di continuo.

Nietzche ha detto una cosa che mi piace: le cose peggiori succedono quando le brave persone non fanno niente. Questa è la mancanza di cultura che speriamo di risparmiare ai nostri figli.

REDAZIONE VICE


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