Entrare nel rifugio di evacuazione dall’uragano della Croce Rossa al Baton Rouge River Center significa essere assaliti dal fuoco ravvicinato di detergente per le mani. La ragazza degli Americorps con la collana HEMP e gli orecchini PLUG te ne spruzza un viscido GLOB maleodorante tra le mani all’entrata, un volontario rotondetto di quinta elementare te ne spruzza un altro po’ dove distribuiscono le brande, ed infine un adepto di Scientology in camicia gialla ti viene accanto al letto per dartene una bottiglia intera della roba, giusto in caso ti svegliassi a metà notte e ti sentissi sporco. Non sono sicuro dove voglio arrivare con questo, ma ho pensato fosse significativo dato che la prima cosa che ho scritto nel quaderno quando ho finalmente preso un aereo per uscire dalla Louisiana è stato “pulizia”.
Per essere un posto che ha costruito la sua intera identità attorno alla sporcizia, il peccato ed il vizio, dove gli strip club e casino e l’industria della vendita di alcolici sono in realtà potenti lobby governative, la pulizia è diventata una soprendente ossessione che attraversa tutto lo stato della Louisiana. “Odio ammetterlo,” un barista di Slidell, uno di quei quartieri suburbani dove l’unica cosa aperta ora nel raggio di 15 km è questo bar, mi dice una notte a Natal’s Lounge, “ma questa è stata una grande ripulita per la città di New Orleans. E ora gente come me e Mr. Ingraham qua possiamo andarci e comprare proprietà immobiliari...”
“Sì, una ripulita!” aggiunge Mr. Ingraham, un uomo magro dai capelli bianchi e gli occhiali da sole che stava accarezzando senza entusiasmo il ginocchio di una ragazzina seduta accanto a lui dall’aspetto di una minorenne. Mr. Ingraham, a quanto risulta, era il distinto signore che attraverso intrallazzi con i funzionari locali era riuscito a far abolire il divieto alcolico post-Katrina così da aprire il bar a solo 4 miracolosi giorni dalla fine della tempesta.
“Katrina ha solo accellerato la discesa di New Orleans giù giù…”
“….E se leggi, proprio nella tredicesima profezia,” finisce un predicatore con tonalità da Farinelli su una radio AM che ascoltavo strada facendo da Slidell a Baton Rouge la mattina seguente, “la terra è purificata da tutti i mali, da tutti i suoi peccati, tutte le sue tentazioni, ed i giusti si alzeranno in cielo e non ci sono umani per chilometri e chilometri, ed il diavolo che fà? Il diavolo che fà signori e signore? Cosa fà il Diavolo?”
“Il Diavolo si prende una vacanza!” Eh, ma non per molto. “In vita mia sarò stato pulito 4 anni,” mi dice Moe, un uomo di 51 anni, capelli bianchi e denti che sembrano scarti di unghie dei piedi. Il suo calcolo non include gli 11 anni precedenti alla prima siringa che un tossico gli ficcò nel collo in un parco giochi, e neppure i quattro giorni senza dose mentre i suoi muri tremavano durante Katrina. “Sì, stavo in crisi di astinenza,” lui dice della secca di eroina post-uragano, e io avrei voluto proseguire su questo tema, ricreare la scena tanto angosciante e realistica così tu, il lettore, avresti potuto sentire com’è contorcersi da attacchi di febbre e vomito nel bel mezzo di un mondo che non la smette di ruotare attorno a te, solo per scoprire che sta ruotando davvero, e sputa acqua da tutte le direzioni, acqua tanto vasta e abbondante da poter inghiottire te, il tuo cane e il tuo cesso pieno di merda…
Ma Moe non era di umore molto evocativo. “Ho avuto paura,” scandisce lentamente, poi come spiegazione, “Mi sono fatto un ora e mezza fa.”
Moe è stato il primo che ho incontrato al centro rifugio River della croce rossa, e mentre potevo trovare la nostra omonimia un semplice caso, mi sembrava una vera coincidenza che Moe fosse un tossico ed io ero venuto in Louisiana proprio per fare ricerche sul problema dell’abuso di sostanze. Essere un drogato in Louisiana, come avrei imparato, può essere paragonato ad essere un collezionista di fumetti ad una fiera del fumetto. Con ciò intendo dire che la Louisiana non è uno di quei posti, come la maggior parte degli stati con alti tassi di povertà e bassi di afabetizzazione, combinati con pregiudizi biblici nei riguardi di chi si fa pere e pasticche, che li tratta come cretini che hanno dato l’anima a Satana, e hanno semplicemente una percentuale al di sopra della media di pesante dipendenza dalle droghe.
No, la Louisiana è proprio un’altra faccenda. E mentre Moe mi raccontava la storia della sua vita, che includeva la re-immatricolazione di auto per la malavita, 19 arresti per furto ed una bellissima fidanzata che si faceva di crack, io guardavo fuori dall’altra parte della strada dal rifugio, oltre il porto ed il casinò, verso il flaccido cielo grigio sopra a Baton Rouge, e cercavo di capire cos’era sto posto. Era difficile da dire, ora che c’era stata una ripulita.
Moe stava fuori a fare Dio sa che cosa quando sono tornato al centro River la sera succesiva per essere registrato come uno dei 1400 “clienti” del rifugio. Probabilmente perché era fatto, non sembrava sorpreso di rivedermi. Quando lo incontrai la prima volta avevo un audioregistratore digitale e un cartone di caffè, questa volta ero armato solo di ombrello rotto ed una testa piena di capelli fradici, un altro ragazzino stupido che stava guidando a mezzanotte in mezzo ad un uragano solo per sentirsi galleggiare nella macchina presa a nolo. Un esperienza che direi mi rendeva tale e quale agli altri “clienti”, ma non sarebbe proprio vero, come mi fece notare Linda, che dormiva nella branda accanto a quella di Moe e mi aveva subito squadrato.
“Linda, questa è Moe,” Moe disse lentamente, come se richiedesse tutta la sua concentrazione, “No, anzi, questa è l’altra Moe.”
Linda aveva gli occhiali ed una felpa bianca troppo larga per lei, sopra una camicia da notte a fiori. Avrà avuto tra i 60 e gli 80 anni e la sua voce suggeriva che almeno dai 50 ai 70 di questi li avesse passati fumando. Come un profeta o saggio, Linda sembrava vedere attraverso tutto: le coperte attorno alle coppie in amore, le porte dei cubicoli nei bagni, e me.
“Ah! Sei uno scrittrice! Sei venuta a trovare una storia! Sei di buona famiglia, una buona famiglia, sì io lo vedo subito! Sei sotto copertura! Sei una scrittrice! Ne sentirai tante di storie te lo dico io! Basta che vai al bagno e sentirai che storie. Non questo bagno, non questo bagno, l’altro bagno! Questo è lercio. Non ci crederesti a quello che troveresti là dentro! Non ci crederesti quanti germi!”
Si sentiva il clomp-clompettare degli stivali militari di una Guardia Nazionale. Portava addosso un fucile più grosso del bambino che gli correva davanti. Il bimbo indossava un pigiama rosso e le pantofole. A pensarci bene erano tutti in pigiama, fantasia in lana per i più piccoli, flanella a quadrati gli adulti, camicie da notte orlate le signore. Sembrava un grosso campeggio scolastico, solo con la polizia militare. Ma non a Linda, non potevi fregare Linda.
“Sei di buona famiglia, io lo vedo subito!” mi sussurò nel buio. “Quindi, hai una macchina! Dove l’hai parcheggiata, nel lotto davanti al casinò? Non hanno le guardie di sicurezza da quel casinò! Faresti bene a darmi retta e non parcheggiare la macchina da quel casinò! Sai cos’è successo in quel parcheggio l’altro giorno! Proprio l’altro giorni son venuti due uomini qui al rifugio! E beh, c’erano ste due bambine di cinque anni, beh, le han prese su con loro! E sai cosa hanno fatto a queste bambine! Le hanno portate a quel parcheggio e indovina cosa le hanno fatto! Indovina, indovina cos’hanno fatto! Le han prese su, prese su e stuprate.”
Il centro era nero pesto, ma l’aria era piena di rumori di pannolini in movimento e stivali militari, e il russare e sbadigliare di 1400 persone che cercavano di convincersi l’un l’altro che fossero addormentati. Altri due bimbi impigiamati ci corrono accanto, altro clomp-clompettare di una guardia con abbastanza regolarità ritmica da cullare una persona al sonno. Linda però non era proprio questa persona.
“Non è rumoroso? C’è gente che fa ogni genere di cosa qua dentro, fanno sesso e prendono droghe e Dio solo, Dio solo sa cos’altro,” disse Linda.
“Vuoi delle pasticche? Posso darti delle pasticche. Ti mettono fuori combattimento,” disse Moe, che era puntualmente già fuori di suo.
“Se mi sento a disagio con tutti questi uomini che vanno su e giù con le loro grosse pistole? Diavolo no! Sono un uomo nero! Pensi che non abbia mai visto dei poliziotti con le pistole?”
Un tipo di nome Reggie coi pantaloni di flanella ed una t-shirt del Texas Rodeo ci aveva raggiunti. Reggie voleva dormire con me, credo, quindi gli chiesi che lavoro facesse.
“Cosa faccio? Beh io ritiro un assegno vedi, dal governo, l’SSI, sai cos’è? No sbaglieresti, in quanto SSI significa che sono pazzo, mi hanno diagnosticato come schizofrenico paranoico, quindi mi danno una pensione per pazzi. Ma preferisco essere pazzo piuttosto che stupido, o babbione, hai mai sentito di una pensione per stupidi? Mai sentito di una pensione per babbi? No! Ma io ritiro un assegno al mese per pazzia! E ti dico chi altri dovrebbe riceverne uno! Parlo del Presidente George W. Bush e del Segretario di Stato Condoleeza Rice per averci coinvolti in una guerra folle come quella del Vietnam”
“Reggie!” Interruppe Linda. “Ti ricordi? Ti ricordi? Ricordi quando c’erano quelle tende laggiù? Ti ricordi le tende? Ricordi cosa facevano in quelle tende???”
“Ah sì,” disse Reggie, “Certo, quando c’erano le tende e tu entravi e tutti si stavano facendo un orgia oppure si facevano le pere negli angoli. Quelli sì che erano tempi! Ha ha!”
Reggie non era un tossico, anche se aveva “fatto di tutto.” Era troppo lucido e troppo pulito comunque. A differenza di Linda che sembrava aver sviluppato la sua malattia mentale nel mese di permanenza al rifugio, Reggie era uno di quei pazzi che sembrano incredibilmente sani, dato il contesto. Lui era nel suo elemento, un pilastro del River Center, una roccia il cui stato mentale nessuna quantità di corpi morti o vicini che russano o guardie armate o adepti di Scientology poteva scalfire.
Una ragazza bianca mingherlina con un aspetto vulnerabile, una biondina abbronzata in una t-shirt della YMCA e pantaloni a quadrati del pigiama sculettò fino a Reggie e gli si gettò tra le braccia.
“Reggie, ho bisogno di un favore. Ho in programma una serata veramente romantica, niente scopare o cose del genere, solo coccole, e ho queste belle lenzuola e coperte, ho preso dei cuscini extra e ho solo bisogno di una cosa da te: la tua radio.”
“Piccola donna, qualsiasi uomo qua dentro sarebbe fortunato ad averti,” disse Reggie con la sua migliore imitazione di una voce da saggio zio, “Rifiutali tutti e ti sveglierai una regina.”
La ragazza cominciò a piangere. “Non voglio mica il cazzo!” piagnucolava, “Voglio solo in prestito la tua raaaaaadio. Ti preeeeeeeego, Reggie!”
“Ashley, smettila!” tagliò corto Reggie, “Non sono obbligato a darti niente!”
“Ti preeeeeeeeeeeeego Reggie?” Altre lacrime.
A questo punto Ashley iniziò a sbandare da tutte le parti come se le avessero sparato un tranquillante. Il suo viso diventò immediatamente pallido come se dovesse sboccare, cominciò ad imciampare sul pavimento e ad aggrapparsi all’aria per riprendere equilibrio. Improvvisamente come lei era apparsa, una Guardia Nazionale la stava scortando via.
“Quindi, ehm,” ho finalmente chiesto quando lei non c’era più, “Che cosa farete voi altri quando evacueranno questo posto?”
“A chi stai dicendo, ‘voi altri’?” Mi accusò Reggie. “Cosa intendi per ‘voi’? Io posso solo parlare per me! Non parlo mica per tutti gli sfigati qui dentro! Io parlo solo per Reggie! Che posso dirti di quello lì o quest’altro?” Cominciò ad indicare in giro per la stanza. “Chi sei per chiedermi cosa farà tutta sta gente? Io non sono uno di voi. Ho chiuso con te, Moe.”
E Reggie si alzò, si allontanò dalla mia branda e marciò un metro lungo il corridoio fino al suo posto. Moe il primo si era svegliato abbastanza a lungo per fare un espressione che sembrava dire, “Alzerei le spalle perplesso se non fossi così strafatto ora.”
“Qua, prendi la mia coperta, “ disse finalmente. La presi. Ci misi solo circa tre ore per addormentarmi.
Alle sette accesero le luci del centro, e alle sette Ashley stava in piedi sopra la mia branda ad agitarsi come un cane eccitato.
“Ciao, io sono Ashley, chi sei? Da dove vieni?”
Mi sono girata, avevo sbavato sulla felpa e i miei capelli erano appiccicati alla guancia. “Ehm, beh,” dissi, cercando di alzarmi senza sbilanciare la branda, “Io, eh, non sono di qui, ma ero ospite di una famiglia, a Slidell.”
“Slidell! Io vengo da lì! Vieni con me, scommetto che abbiamo un sacco di cose in comune. Vieni a fumarti una sigaretta! Hai dell’eyeliner? E i vestiti! Fammi vedere i tuoi vestiti! Non ci crederesti mai a cosa mi è successo! Mi hanno portato al pronto soccorso! Mi sono svegliata con una flebo!” Si alzò le maniche per mostrarmi i cerotti.
“Dai vieni! Le hai le sigarette?”
Non ne avevo, ma Ashley era uno di quei tipi che riescono a scroccare una decina di grammi di cocaina ed un Cartier da qualsiasi ragazzo se vuole. In parte perché era carina, e in parte perché ti preoccupavi che se non le davi ciò che voleva sarebbe stata costretta a fregare qualche povero imbecille convinto di svoltare un po’ di figa dalla storia, e non volevi certo esserci a vedere le consequenze della sua delusione. Mentre camminavamo verso l’area fumatori fuori dal rifugio, almeno sei ragazzi le tesero sigarette. Ashley fumava le Newport, e le piacevano i ragazzi di colore“hanno semplicemente un tot di stile”e questo suo padre non lo prendeva bene, il che in parte era la ragione per cui non andava a casa.
La vera ragione per cui non andava a casa però, era che i suoi erano ambedue dipendenti dai farmaci. Suo padre si era scassato la schiena facendo qualche lavoro prima che lei nascesse e aveva quattro dottori che gli fornivano le prescrizioni di almeno dieci tipi di anti-dolorifici diversi, per cui lei non poteva fare un cazzo a casa con tutti loro che la trascinavano giù. Ed eccola qua, a socializzare coi ragazzi neri in un ambiente relativamente pulito ed ignienico, e…
“Ho preso tipo, solo tipo 3 anti-dolorifici e due Soma,” Ashley stava dicendo a James, il fornitore delle Newport, e del cocktail di pasticche che l’aveva mandata in rianimazione. “Cioè, in realtà mi sa che ne ho prese cinque di Soma.” Risatina.
In Ashley sembrava racchiudersi una potente metafora su New Orleans e la Louisiana e la razza ed il vizio e la transitorietà e permanenza dei problemi. Era dipendente dalle pasticche ed era stata dentro e fuori da prigione 11 volte a soli 18 anni. Mi disse che suo padre cominciò a darle due Vicodin al giorno quando fece i 14, per tenerla a scuola dato che lei non riusciva a concentrarsi per disabilità di apprendimento. E io le ho creduto perché non era molto brava a mentire. Era stata bocciata al punto da essere espulsa. Anche sua madre prendeva le pillole, ma preferiva l‘alcol. Suo fratello maggiore era in un centro per eroinomani. Solo nelle ultime tre settimane era stata buttata fuori da un rifugio Cattolico a Lafayette e ammessa in due prigioni e tre sale d’emergenza, tutto perché era una tossica abbastanza persa. Ma una cosa che Ashley non era è razzista. Nella traiettoria dinastica della famiglia di Ashley, i rapporti con le altre razze era l’unico aspetto che mostrava segni di progresso. I tipi seduti al bar a parlare di “ripulita” avevano dato l’impressione che in Louisiana ci fosse un vero problema di razzismo diffuso tra i vecchi bastardi. Almeno i ragazzi della generazione di Ashley sapevano che erano tutte cazzate, che solo un coglione con figli coglioni ed eventuali nipoti coglioni poteva, prima cosa dopo che un uragano ha spazzato una città, intrallazzarsi col sindaco per togliere il divieto alcolico e poter riprendere a sedersi al bar a dare la colpa di tutti i suoi problemi ai discendenti degli schiavi.
(Prima che mi dimentichi, James mi ha mostrato un trucchetto nel parcheggio del centro. Riesce a toccarsi il cazzo con la lingua.)
La colazione consisteva in due ciambelle glassate completamente schiacciate, una ciotola di plastica di Cheerios al miele ed un cartone di latte al cacao. A quest’ora il bagno era pieno di donne che si lavavano i capelli nel lavandino (le doccie esterne erano chiuse per via dell’uragano), che si arricciavano i capelli sui banconi, e che se li asciugavano coi getti di aria calda per le mani. Due donne stavano intrattenendo la seguente conversazione:
“Guarda questi jeans! Sai che misura sono questi jeans? 46-48!”
“Merda!”
“Sto scomparendo con questo cibo.”
“Anche io ho perso peso! Sono scesa ad una 50!”
“Dovrebbe venire qui qualcuno a cucinare del cibo vero!”
“Cazzo! Dovrebbero farmi cucinare per tutti.”
“Eh, magari.”
La cucina della Croce Rossa fa schifo. Non aiuta il fatto che se lo chiedi ai volontari loro ti raccontano di com’è incredibilmente fantastico e succulento e fatto in casa il cibo del rifugio riservato a loro, o che se attraversi la strada e vai al casinò a mangiare il pranzo buffet ti chiedono se lavori per la Croce Rossa Americana, nel qual caso paghi $5.45, mentre se rispondi, “No, io ci dormo ogni notte in quel buco di merda,” ti costa $10. Il morale generale inoltre non è aiutato dal fatto di vedere sti volontari finire le loro insalate calamari da $5 e torte di crema di cocomero per poi lamentarsi dell’aumento di peso, e tornare in rifugio a cercare di convincere tutti a cantare “Buon Compleanno” al dipendente della Croce Rossa il cui compleanno cade in quel giorno.
“Su, dai, cantiamo tutti insieme!” il tipo di Scientology grida nel microfono quando rientro, “Tu hai una casa a cui tornare, canta tu!” gli grida un uomo.
Il fatto strano è che gran parte delle altre persone stavano cantando davvero. Non sono sicuro perché, ma la maggiornza della gente nel rifugio sembrava felice. Forse l’avvento di tutti i reality show tipo La Vita Surreale gli aveva insegnato a crogiolarsi nell’assurdità di situazioni come questa, ma i bimbi sorridevano, le mamme intrecciavano capelli e gli uomini frequentavano le riunioni di società quali Accuclean che stavano assumendo personale per ripulire New Orleans.
Moe giocava a blackjack e vinse otto dollari. Gli ho chiesto se aveva usato i soldi del FEMA. “Cazzo, no,” mi disse, “Un uomo come me deve preoccuparsi della pensione.” Si era scritto i numeri di alcuni centri di recupero per la sua dipendenza. Moe aveva una calligrafia sorprendentemente buona.
Il nuovo ragazzo di Ashley si chiamava Shawn e aveva addosso una piastrina identificativa della prigione, il che era buon materiale per iniziare la conversazione. L’avevano rilasciato una settimana prima dell’uragano. Era stato beccato in possesso di eroina a 18 anni. Sua madre era una tossica. Shawn ora era pulito e stava per inziare a lavorare per Accuclean, e noi lo stavamo accompagnando in tintoria a lavare i vestiti per il primo giorno di lavoro lunedì. Shawn non sapeva dove fosse sua madre, non gliene fregava niente, odiava la sua faccia tosta, stava pianificando di comporre un suo nucleo famigliare a Baton Rouge e voleva che Ashley rimanesse a vivere con lui e che si ripulisse dalla dipendenza, il che sarebbe stata una buona idea se solo non fosse per quella cosetta precedentemente menzionata verso i tipi neri (e quell’altra cosetta che è una tossica persa.)
…“Il mio ragazzo dice che quando gusti un nero, non torni più indietro,” dice Ashley. “Credi che sia carino?”
“Sì,” ho risposto. Era carino, se ti piacciono i ragazzi bianchi che si comportano come neri e si mettono i pantaloni enormi, era nel top 10 percento.
“In più ha il cazzo grosso. Shane ha il cazzo grosso!”
Silenzio imbarazzante…
“Non sai nemmeno il suo nome.” Shawn si girò per entrare in tintoria. Mi sentivo male per lui, e anche Ashley. “Non è che lo conosca da più di due giorni,” disse, ma il tempo si muove in modo diverso se hai deciso di eliminare tutti i veleni e stare pulito, cosa che lei non aveva fatto.
Shawn aveva comprato del pollo fritto quando un uomo di nome Marcus è apparso nel parcheggio. Nessuno sapeva come ci fosse arrivato dato che non appariva capace di stare in piedi, e nessuno sapeva da dove arrivasse, perché lui diceva di essere venuto dal rifugio, ma le tre siringhe attaccate al petto suggerivano che fosse stato attaccato a delle flebo. In qualche modo si era procurato una bottiglia in un sacco di carta. Aveva la pelle scura di una tonalità arancione bruciato, come un abbronzatura ritinta di fanta, e il suo viso e petto erano coperti da grosse perle di sudore. I suoi capelli erano fradici. Disse che era stato nella squadra soccorsi di New Orleans. Disse che aveva perso la madre ed il suo cane da soccorso. Disse tutto questo come se fosse accaduto il giorno prima, anche se poi era passato quasi un mese, quindi per un po’ pensammo fosse un pazzo.
“I prodotti chimici e il fumo, la raffineria, i gas velenosi, sono stato esposto a tutto. Ma dovevo andare, perché era il mio lavoro, squadra soccorsi, non potevo lasciare là la gente a morire,” raccontò ad Ashley. “Un’onda anomala ci ha travolti ed era alta 9 metri, ed è tutto succeso nel giro di 30 secondi, ho guardato fuori e ho visto quella puttana ed ero tipo, oh mio dio, e stava spazzando via le case mentre arrivava perché la pressione nell’aria era così bassa, zero punto cinque millibar. Ed i contatori del gas stavano esplodendo e l’olio è spruzzato ovunque.”
Dopo è uscito un uomo. “Marcus, posso riportarti al rifugio ora,” disse. Conosceva Marcus da appena 20 minuti prima di noi, ma diceva di essere di Metarie, vicino alla raffineria di olio a cui si riferiva, e che la storia quadrava: non stava allucinando, era successo proprio come l’ha descritto, il che è come dire che non lo sapremo mai perché era troppo grande e troppo orribile e troppo orrendo e troppo breve da tradurre in parole (anche se ho sentito che un film con Sean Penn è già in produzione).
“Credo,” disse l’uomo a proposito di Marcus, “che avesse solo voglia di una birra.”
Alle riunioni di sostegno per drogati ti dicono sempre che uscire dalla dipendenza comporta l’eliminazione di persone, posti e cose, e tutto ciò, fatto con estrema efficienza l’ha fatto l’Uragano Katrina. Certo, è una bella cosa quando i poveri possono ricevere aiuto e lo status quo viene un po’ scosso, e quando ragazzi come Shawn possono trovare lavoro e tipi come Reggie possono dividere la loro saggezza col mondo, e se credi nelle virtù di Noaè che naviga e Cristo che muore e l’esodo dall’Egitto, nei sacrifici colossali e strazianti di Hollywood per finali giubilosi e miracolosi, beh, buon per te, buon per l’America. Quella è speranza. Ma se davvero sei convinto di non essere sulla lista nera di qualcuno, assieme a persone, posti e cose, demoni che devi ancora affrontare, nemici o aiutanti o semplicemente la tua ex ragazza psicotica che vorrebbe ripulirsi, beh, allora stai negando l’evidenza dei fatti.
Il che mi porta alla conclusione: non c’è conclusione. Mentre scrivo mi ritorna in mente un altro tipo che ho conosciuto, di nome Dwight, un personaggio che non ho introdotto perché non sembrava rilevante all’ipotetico punto “narrativo” a cui volevo arrivare. Dwight è più o meno analfabeta e ha seri problemi di cuore, ma per qualche ragionee naturalmente ho macchinato le mie personali teorie sulla base del rosso intenso attorno alle sue pupilleDwight si sentiva a posto. “Non sopporto sta gente che mi dice che non ha più niente, che ha perso tutto, sai che intendo?” mi disse. “Vallo a dire alla donna che è affogata, all’uomo che è in strada morto, che hai perso tutto. È una bugia! Sei ancora qua, no?”
è detta tutta, più o meno tutti lo sono ancora.
Moe, se vi interessa saperlo, ha finito col farsi arrestare con un suo amico, Joe, almeno come la raccontano Linda e Reggie, anche se un impiegato del Carcere di Baton Rouge mi ha detto che nessuno col nome Maurice Downey era passato per quel penitenziario. Ashley è scomparsa di nuovo. Shawn si è presentato al lavoro. Ed il figlio della brava famiglia che mi aveva ospitato a Slidell, il dolce ma irrecuperabilmente alcolizzato figlio che non era mai stato in un incidente fu fermato tornando a casa da Natal’s Lounge e prese il quarto verbale per guida in stato di ebrezza. Ora sta aspettando una sentenza tra i 18 e 35 anni in prigione da qualche giudice bastardo che probabilmente pensa di ripulire le strade da un killer incipiente. Nessuno ha imparato importanti lezioni da Katrina, tranne forse i pochi che lo hanno fatto. E poi c’è sempre quella vasta maggioranza di profughi, che, vivendo in un centro convegni con 1400 potenziali altri stronzi, hanno almeno imparato l’importanza di generose quantità di detergente per mani.
MOE TKACIK


Inside the River Center shelter in Baton Rouge

Kids at the shelter

The other Moe

Shawn and Ashley outside the shelter

This is the house next door to where the author stayed in Slidell.

Reggie
