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La comunità di Sant’ Egidio è uno dei pochi posti dove si può mangiare gratis a Roma. Si trova nel cuore di Trastevere, ritrovo e rifugio di artisti, musicisti e gente che fa la carità in cerca di facoltosi turisti particolarmente generosi, dove un esercito di volontari serve cibo tre volte al giorno a un migliaio di bisognosi. Fuori dal portone di ferro battuto, un gruppo di uomini con la voce rauca e le mani sporche chiacchiera in russo. Quando faccio per entrare, un volontario mi ferma sulla porta. “Sei italiano?” mi chiede. Scuoto la testa e mi da un foglietto di carta blu. Sono il numero 425. Dei circa mille che affollano la mensa, almeno trecento sono stranieri per la maggior parte immigrati clandestini nordafricani, polacchi, rumeni e albanesi. Il restante trecento sono italiani anziani o estremamente disperati. Attraverso uno stretto corridoio pieno di gente che fuma lungo tutte le pareti. Quando presento il biglietto all’uomo che blocca l’entrata della sala mensa, scuote la testa indicandomi una lunga fila di gente che si snoda fino alla porta. Mi metto in coda dietro a un uomo piccolo e tarchiato, con un pessimo taglio di capelli e la maglia del Brasile. Una volta stranieri e italiani facevano la stessa coda, ora son separati. “Agli italiani con problemi particolari non va di mischiarsi con gli africani” dice Carlo Santoro, il volontario che prende i bigliettini. “Capiamo quanto sia dura quando non conosci la lingua” dice Santoro “per questo tutti i mercoledì facciamo lezioni di italiano”. Nei diciassette anni in cui ha lavorato qui, Santoro ha instaurato rapporti stretti con più di un visitatore. “Per gli emarginati questo è un posto dove sentirsi a casa, non solo una mensa” continua “ la maggior parte sono tossici, ex carcerati e alcolizzati, con esigenze paricolari”. Santoro cerca di formare tavoli dove la gente con uguali problematiche possa confrontarsi in modo positivo e , sebbene le discussioni esulino spesso le tematiche, lui non ha mai assistito a uno che sia uno episodio di violenza dentro Sant’ Egidio. “Cerchiamo in tutti i modi di evitare risse” continua, “ci teniamo moltissimo.” Dopo dieci minuti di coda, entro in una stanza dove delle donne italiane stanno assegnando i posti. “Numero quattrocentoventicinque” dico. La donna scuote la testa e mi indica la porta. “Ma son venuto per mangiare”. “Prima volta? Devi andare di la, prima stanza sulla sinistra”. Entro in una piccola sala d’aspetto affollata di gente, con delle panchine per nulla invitanti. Riesco a trovare un posticino e mi siedo di fianco ad un donnone enorme che tiene in mano buste di plastica di ogni tipo e dimensione. Un vecchio coreano si siede di fianco a me e mi batte sulle spalle. Mi giro e mi sorride mostrandomi la sua giallissima dentatura. Tira fuori dalla tasca due sue fototessere e moromora qualcosa che assolutamente non capisco. Mi mette una foto in mano e restiamo un attimo ad osservarle. Poi le riprende tutte e due e se le rimette in tasca. Dopo aver aspettato almeno un quarto d’ora inizio a riflettere sulla mancanza di organizzazione e in quel momento una donna indiana spalanca la porta del suo ufficio e mi invita ad accomodarmi alla sua scrivania. Mi chiede nome, cognome, nazionalità, indirizzo che inserisce in un libretto. “Questo numero ti servirà per mangiare qui in futuro” dice scrivendolo su un pezzo di carta. Le chiedo il perché di questa registrazione e lei mi dice che, siccome il Comune di Roma finanzia gran parte del progetto, ha bisogno dei dati di tutti gli ospiti per poterli registrare. Il resto è finanziato con donazioni private. “Non sembri affatto povero” mi dice. Le dico che sono di New Orleans. E che ho perso praticamente tutto. Una tardiva espressione di pena e carità le si dipinge in viso. Mi da il mio bigliettino blu. “Alla prossima” mi dice sorridendomi e. Do il mio biglietto a Santoro e finalmente entro in mensa. Ci sono degli accecanti neon sul soffitto e dei quadri astratti di Gesù qua e là sulle pareti. Fra un mare di tovaglie a scacchi bianchi e blu, mi siedo al tavolo. Un uomo anziano mi da un sacchetto con delle posate di plastica e un bicchiere che sembra quello in cui sputi dal dentista. “Pasta o zuppa?”, mi chiede. Opto per la pasta. Torna con un piatto di plastica pieno di gnocchi scotti e freddi. Non cucinano al momento, i volontari si limitano a riscaldare meramente il cibo. Mentre sto mangiando, un uomo che sembra Charles Manson si avvicina al tavolo e un ragazzo del quartiere, che tutti chiamano Mister Bronx, gli fa cenno di sedersi con noi. Manson si siede e tira fuori dalle tasche una pastiglia. “Aspetta” gli dice Bronx, accorgendosi dei volontari che stanno arrivando per apparecchiare per Manson. Solo dopo che se ne sono andati, Manson divide la pastiglia e i due se la ingoiano contemporaneamente, chinado all’unisono indietro il capo.”E’ come il metadone” mi dice un uomo che mi ricordo di aver visto giorni prima in un reggae bar, Il Viaggio. Ingoio la pasta e abbozzo un debole sorriso. “Non sapevo che Mr Bronx fosse un tossico” dice. Prima che io arrivi a metà della pasta, Mr Bronx e il suo amico prendono il secondo- pesce e zucchini, non di ottimo aspetto. Anzi. Io salto il secondo e metto in tasca i mandarini che il vecchio mi porta. Faccio un sorso d’acqua, pulisco il piatto e sparecchio. Mentre esco, sento un uomo che sta urlando di tutto a Santoro. “Non ho fatto la coda per niente” urla. “Prima di mangiare devi registrarti” replica Santoro. “Mi spiace, non ho così fame da stare qua a registrarmi!” dice buttando in aria il bigliettino blu. Camminiamo insieme verso l’uscita e gli chiedo come si chiama. “Joe”. Una volta fuori, Joe mi chiede di accompagnrlo a cercare un supermercato. “Perché devo fare la coda?” dice. Spende sei euro per del pesce per se e del cibo per il suo cane, un bastardino trovato in autostrada con un buco in testa che lui ha amorevolmente curato. La vita in strada di Joe è iniziata a undici anni quando da Manchester, dove aera nato e aveva casa, è scappato a Londra. Anni dopo ha iniziato girare con gli Hell’s Angels e li ha seguiti per i festivals. In quel periodo gli hanno affibbiato il soprannome di Joe The Spanner (chiave inglese, ndr), per via delle sue abilità meccaniche. Poi Joe ha iniziato a viaggiare per l’Europa facendo il clown per una ventina d’anni, durante i quali è riuscito a imparare otto lingue. “Sei perfettamente, due così così”. In Olanda ha addirittura fatto un figlio che si chiama Billy Von Hasz (Billy Dall’Odio) e che non ha mai visto. “Mi spiace per lui” dice “Mi spiace per la madre del cazzo che si ritrova”. A Parigi è stato quattro ore a piedi nudi sui gradini di Notre Dame chiedendo ai passanti che gli lavassero i piedi. Lo ha fatto anche a N.Y., dove viveva all Avenue C squat vicino a Tompkins Square Park, nell’ East Village. “Mi hanno rubato tutto il primo giorno che sono arrivato in città”. “Così ho raccimolato qualcosina facendo l’elemosina, giusto per comprarmi tre mele. Poi ho preso le mele e mi ci sono messo a giocare davanti al supermercato. In un’ora e mezza ho tirato su trentacinque dollari.” Mimando il microfono col pugno canta, “We were tramps, tramps, thieves and tramps…” Ora Joe si trova a Roma, solo perché le permissive leggi italiane rendono la vita di strada un po’ più facile che negli altri paesi europei. “Mi sveglio la mattina con niente” dice “non mi riparo dalla pioggia, dormo sotto la pioggia”. Stanotte Joe fa l’elemosina davanti alla gelateria in Piazza Santa Maria. “Un po’ di moneta per un ragazzo con il culo a terra?” dice rivolgendosi a una coppia di americani completamente ubriachi. La donna si ferma e tira fuori dal portafoglio un biglietto da cinquanta euro. “Mary no!” le grida il marito prendendola per la borsa. “Cazzo stai facendo?” le dice Joe. “La proteggo” dice lui tirando la donna per un braccio. “Pensa a quante birre e quante canne potevamo comprarci” dice Joe “Sai chi cantava questa?” mi chiede tirando fuori il suo microfono “Waiting in an Army of Salvation, wasting my time in a welfare line…” CHRIS STOUDT |
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Comments:
Subject: Your photographer Date: Feb 16 2006 11:00:35 AM Author: Steve Ashford Hi, A quick note to say that i very much enjoyed your website and the article highlighting the plight of the less fortunate and the great work of the volunteers. I am also a firm admirer of the inciteful photographic work employed on your website, especially that of Miss Ariela Pacifici and Mr. Leonardo Corallini. Please pass on my congratulations to both for a job very well done. Keep up the good work. Rgds, Mr. Ashford |
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